giovedì 12 dicembre 2019

Maurizio Bongiovanni e Giulio Catelli - Fiore aperto fiore chiuso


In corso alla galleria Richter Fine Art  la mostra Fiore aperto fiore chiuso, doppia personale di Maurizio Bongiovanni e Giulio Catelli

Per il terzo anno consecutivo la galleria Richter fine artorganizza una mostra “laboratorio”, in cui gli artisti scelti vengono messi in relazione e, dialogando e stimolandosi a vicenda, sviluppano un percorso espositivo.

La Richter Fine Art ospita i due pittori in una bi-personale in cui si specchieranno i reciproci dipinti e disegni, prevalentemente di figura.

“Abbiamo fatto delle belle riflessioni – affermano gli artisti - e i nostri discorsi ci hanno portati in un giardino, per l’esattezza in un roseto. Siamo rimasti affascinati dagli steli recisi... poi ci siamo distesi in questo roseto e abbiamo iniziato ad ascoltare musiche degli anni ’40 e ‘50 sul tema delle rose... abbiamo messo delle rose in un vaso, forse poche ma sufficienti”. 

La narrazione del corpo e dei suoi umori, in Maurizio Bongiovanni è eccezionalmente schietta, senza limiti temporali e geografici, come afferma l'artista: " sono uomini portatori del caos dell’esistenza". In Giulio Catelli, la dimensione del racconto, mostra dati di un vissuto meno evidente; sono le suggestioni e i dettagli minuti del quotidiano, a emergere nello spazio del dipinto. 

Il titolo della mostra allude quindi a due differenti registri del sentire, ai tempi propri della pittura, alle sue valenze seduttive, umbratili o sfavillanti che siano. 


Maurizio Bongiovanni. Classe ‘79 vive e lavora tra Milano e Londra.
Maurizio, pittore figurativo, e per descrivere il suo lavoro si può far riferimento al testo scritto da Zygmundt Bauman “modernità liquida”. In quanto sono compositivamente fluidi e il contenuto è chiaramente suturato insieme da materiale di origine disparato. Questi compositi liquidi tracciano visivamente gli slittamenti tra antico e contemporaneo, sfocando i binari di genere e la divisione tra natura e artificio. Applicando efficacemente l'antica tradizione della ritrattistica per raccontare il presente, l'artista ha sviluppato uno stile adatto a un periodo di conflitto radicale che circonda il valore della verità estetica e fattuale. 


Giulio Catelli. Classe ‘82 vive e lavora a Roma.
Giulio Catelli è tra i pochi pittori reduci dalla sempre più rara “esperienza en plein air”, e ciò aggiunge un incisivo valore esperienziale al suo lavoro. Nella sua pittura, ma soprattutto nei suoi ultimi lavori, ha rarefatto i segni e ridotto all’essenziale la materia pittorica e c’è una maggiore sintesi dell’immagine. Sebbene figurativa, l’opera di Catelli non diviene mai narrazione e non cede mai ai tranelli dell’illustrazione.Le pennellate fluide, felici e spontanee caratterizzano da sempre la sua pittura.


Vademecum:
Titolo: Fiore aperto fiore chiuso
Artisti: Maurizio Bongiovanni – Giulio Catelli
galleria Richter Fine Art, vicolo del Curato, 3 – Roma
Durata mostra: 10 dicembre – 24 gennaio
Orari: da mercoledì 11 dicembre dalle 13.00 alle 19.00 dal lunedì al venerdì e il sabato su appuntamento.

Email:info@galleriarichter.com
Fb account: Galleria Richter Fine Art

Ufficio Stampa: Chiara Ciucci Giuliani mob. +39 3929173661 | email: chiaracgiuliani@gmail.com

mercoledì 11 dicembre 2019

Andrea Fiorino. Amaro in bocca

Andrea Fiorino, Perdere la testa, 2019

Amaro, sulla lingua. Come il sapore che resta alla fine di un incontro. Il bicchierino di ammazzacaffè resta vuoto, il saluto è veloce, la porta si chiude e dove prima c’erano due persone impegnate in un corteggiamento, ne resta una sola. Con un carico di dubbi, parole non dette, imbarazzi e ambiguità. “Amaro in bocca” è il titolo della prima personale a Roma di Andrea Fiorino, ospitata nelle stanze di Casa Vuota, in via Maia 12 al Quadraro. Curata da Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo, la mostra s’inaugura sabato 14 dicembre 2019 alle ore 18:30 e si può visitare su appuntamento fino al 2 febbraio 2020, telefonando al numero 3928918793.

Artista siciliano che vive e lavora a Milano, Andrea Fiorino presenta dipinti, sculture e disegni realizzati appositamente nel 2019 per gli spazi di Casa Vuota e proposti al pubblico in modo installativo.

“Con le opere di ‘Amaro in bocca’ – spiega Andrea Fiorino – provo a raccontare ciò che può accadere durante un innamoramento e una delusione d’amore, in maniera ironica, a volte grottesca o spaventosa”. Costruita come una sequenza narrativa, la mostra racconta una storia attraverso varie scene, istantanee di un corteggiamento senza idealizzazioni, in cui si ritrovano gli stessi protagonisti, tela dopo tela, scena dopo scena, a condividere uno spazio di seduzione, stupore e mistero. “Tele di grandi dimensioni che occupano lo spazio in maniera prepotente e arrogante con il colore e il segno che le caratterizza – prosegue l’artista – si sparpagliano nell’ambiente e la casa fa da scenario a eventi che seguono un unico filo narrativo, dove personaggi e situazioni si ripetono come in un flusso di coscienza. Gli avvenimenti che ho rappresentato accadono tutti in un arco temporale contenuto, come se fossero scene del racconto di una notte soltanto. Spunti narrativi e immagini racchiudono in sé diversi livelli di lettura possibili. Senza che vi sia un unico finale precostituito”.

Casa Vuota è il teatro di questa storia che si popola dei personaggi bizzarri e surreali che sono tipici delle visioni pittoriche e scultoree di Fiorino. La sua ricerca infatti trova nell’accostamento di elementi disparati la chiave di lettura per superare i limiti del reale e trasformare la percezione quotidiana in sogno o finzione. Così, nella fluidità dei dipinti appesi alle pareti senza telaio, si rende possibile un’ambiguità dei generi, dei sentimenti suscitati e dei percorsi di lettura praticabili che corrisponde a un’ambiguità della visione, spingendo le operazioni di decodifica della trama pittorica sul terreno dell’ambivalenza, del doppio senso e del libero gioco delle analogie e delle dissonanze.

Andrea Fiorino è nato nel 1990 ad Augusta, in provincia di Siracusa. Laureato in Grafica d’arte e Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera, vive e lavora a Milano. Tra le mostre più recenti, si segnalano nel 2018 la bipersonale “Every day like a Sunday” alla Antonio Colombo Gallery di Milano a cura di Ivan Quaroni e nel 2017 le collettive “Limiti-Confini” 5° Premio Cramum per l’arte contemporanea presso il Grande Museo del Duomo di Milano a cura di Sabino Maria Frassà, “Novantiani” alla Fondazione Pio Alferano e Virginia Ippolito di Castellabate (Salerno) a cura di Camillo Langone e “Selvatico 13. Fantasia/fantasma. Pittura fra immaginazione e memoria” a Fusignano a cura di Massimo Fabbri.


INFORMAZIONI TECNICHE:
TITOLO DELLA MOSTRA: AMARO IN BOCCA
AUTORE: Andrea Fiorino
A CURA DI: Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo
LUOGO: Casa Vuota – Roma, via Maia 12, int. 4A
QUANDO: dal 14 dicembre 2019 al 2 febbraio 2020
ORARI: visitabile su appuntamento
VERNISSAGE: sabato 14 dicembre 2019, ore 18:30
INFORMAZIONI: cell. 392.8918793 | email vuotacasa@gmail.com | INGRESSO GRATUITO

Regina José Galindo – Lavarse las manos


La Real Academia de España en Roma presenta Lavarse las manos di Regina José Galindo a cura di Federica La Paglia e parte del più grande progetto dal titolo “cuestiones de estado”, dedicato al tema della migrazione e raccontato dall’artista attraverso le testimonianze dei migranti. Promosso e prodotto dal Ministero degli Affari Esteri, dell’Unione Europea e Cooperazione di Spagna, dalla Real Academia de España en Roma e dal Centro Culturale di Spagna in Guatemala, il progetto proseguirà poi a Madrid sempre nel mese di dicembre 2019 

L’artista guatemalteca ha ideato un progetto site specific che si sviluppa in una performance e una mostra, “Lavarse las manos”, ospitato presso la Real Academia de España en Roma. Il primo appuntamento è martedì 10 dicembre con la performance che vede la partecipazione attiva del pubblico, in un percorso obbligato che ha lo scopo di coinvolgere il visitatore rispetto al tema della migrazione, mettendolo di fronte alla vita degli altri. 


La mostra, che verrà inaugurata il 13 dicembre, nasce con la performance e si compone di vari elementi, tra cui un audio ambientale e alcune fotografie, il cui particolare formato evoca la forza delle protagoniste del progetto, con cui l’artista, come in tutta la sua più recente produzione, ha lavorato per l’occasione. 

Concepito appositamente per la Real Academia de España en Roma e realizzato a Roma durante un periodo di residenza dell’artista, “Lavarse las manos” riflette sulla migrazione attraverso abiti e testimonianze di donne rifugiate in Italia, perché “la storia troppo spesso si scrive sul corpo delle donne” sottolinea l’artista. 

In un periodo storico caratterizzato da una forte tensione sociale, da dibattiti sulla questione immigratoria e accesi rigurgiti di xenofobia, Regina José Galindo elabora un progetto di matrice relazionale, che mette in discussione il concetto di alterità, la sua visione occidentale ed eurocentrica e le relazioni di potere. 

Come spiega la curatrice Federica La Paglia, “Lavarse las manos è un progetto complesso in cui l’artista innesca un processo di responsabilizzazione del pubblico attraverso una gestualità quotidiana che solleva questioni in ordine alla normalità dell’indifferenza e intende scoperchiare pregiudizio, comoda inconsapevolezza e paternalismo. Galindo agisce a livello empatico per ribaltare la prospettiva sull’altro, il migrante, la donna. Spezza dinamiche relazionali deviate da prospettive storiche e culturali di stampo eurocentrico, accoglie e restituisce l’esistente. Non proprio un atto di accusa, ma un gesto di verità che vuole consapevolezza e passa attraverso l’economia del dono”. 


Regina José Galindo, classe 1974, è artista visiva e poetessa, vive e lavora in Guatemala, utilizzando il proprio contesto come punto di partenza per esplorare e denunciare le implicazioni etiche della violenza sociale e delle ingiustizie connesse con la discriminazione razziale e di genere e gli abusi del potere. 
Vincitrice del Leone d’Oro come Migliore Giovane Artista alla 51ma Esposizione Internazionale d’Arte-la Biennale di Venezia (2005) , più volte è stata invitata alla Biennale di Venezia, ha inoltre partecipato alla 14ª edizione di Documenta e, tra le altre, alla 17ª Biennale di Sidney, alla 2ª Biennale di Mosca. Tra le sue mostre personali: SOS. Prometeogallery, Milano 2018; La Sombra, Proyectos Ultravioleta, Frieze, Londra 2017; Mechanismen der Gewalt. Frankfurter Kunstverein, Francoforte 2016; Nadie atraviesa la región sin ensuciarse. ArtCenter, Miami 2015; Estoy Viva. PAC. Padiglione d'Arte Contemporanea, Milano 2014. Le sue opere sono entrate in molte collezioni tra cui quelle del Museum of Modern Art (MOMA), New York; Tate Modern, Londra (UK); The Pompidou Foundation, Parigi; Museo Castello di Rivoli, Torino; Guggeheim Collection, New York; Daros Foundation, Svizzera; Miami Art Museum, Miami; Cisneros Foundation, Miami; UBS, Svizzera; Fondazione Galleria Civica Trento, Trento e Meiac in Spagna. 


Regina José Galindo – Lavarse las manos
a cura di Federica La Paglia
Inaugurazione mostra: venerdì 13 dicembre 2019 ore 18.30 
Apertura mostra: 14 dicembre 2019 – 31 gennaio 2020

Piazza San Pietro in Montorio, 3 00153 - Roma - Lazio

lunedì 9 dicembre 2019

Homolù Dance - Opere di Franco Cenci

Il MLAC – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea della Sapienza ospita Homolù Dance, esposizione antologica dedicata all’artista romano Franco Cenci. Il titolo riecheggia foneticamente il saggio del 1938 "Homo Ludens" di Johan Huizinga e dà il tono alla mostra, presentando una selezione di opere attraverso cui Cenci ha esplorato e continua a esplorare il mondo provvisorio e illusorio del gioco.


L’esposizione ruota intorno all’installazione "Homolù Dance", bizzarra figura totemica, composta da interruttori e scritta al neon, attivata grazie alla cooperazione dei visitatori che si cimentano in una posa plastica, quasi coreutica. Dopo Homo Sapiens e Homo Faber, si materializza sotto il nostro sguardo l’Homolù Dance di Cenci, scanzonata versione dell’uomo contemporaneo.

Le opere in mostra rispecchiano le molteplici declinazioni con cui l’artista ha interpretato il gioco: illusioni ottiche, spettri prospettici, memorabilia dei calciatori, ritratti volanti, mappe immaginarie, alberi genealogici falsificati, irriconoscibili album di famiglia e un esercito di bambini armati di mattarelli.

La mimicry è lo spazio in cui abitano e si muovono le opere di Cenci. In essa la realtà è momentaneamente sospesa e si agisce seguendo il principio del “fare finta che”, che è d’altronde la necessaria premessa di ogni gioco.

Poliedrico sperimentatore, Franco Cenci (1958) si è formato inizialmente come architetto e poi come storico dell’arte. Dopo un esordio nella Mail art, lavora dagli anni Novanta nel campo dell’arte visiva intrecciando tecniche e poetiche diverse, dal collage alla fotografia, con incursioni nell’ambito della performance e della letteratura. L’artista interroga la storia e le memorie per dar corpo e voce a vicende che altrimenti rimarrebbero taciute o dimenticate. A cavallo tra ricostruzioni filologiche, riadattamenti fantasiosi e libere associazioni, i progetti di Cenci si configurano come microcosmi, dispositivi meravigliosi al contempo nostalgici e profondamente ironici.


E sempre nello spazio del MLAC, che ospita l’esposizione, il 13 dicembre 2019, alle ore 16.30, si tiene "Ritratto dell’artista da bambino": un gioco partecipativo ideato dallo stesso Franco Cenci che, a partire dall’opera in mostra "Dedalus", invita i partecipanti a ricostruire le identità di alcuni celebri artisti, muovendosi fra indizi, testimonianze, tracce del passato.


Homolù Dance
Opere di Franco Cenci
a cura di Julie Pezzali e Antonella Sbrilli
28 novembre 2019 - 15 gennaio 2020




“Ma che natura! mostre ed eventi d'arte” A cura dell’associazione per le arti e la cultura Alauda


“Ma che natura! mostre ed eventi d'arte”
A cura dell’associazione per le arti e la cultura Alauda

“Ma Che Natura!" Visioni e prospettive sull'ambiente in cui viviamo
-dal 15/16 dicembre 2019 al 6 gennaio 2020-
Alauda, associazione per le arti e la cultura, con sede ad Adelfia (BA), organizza e promuove per il terzo anno consecutivo, un progetto artistico espositivo che mira a portare l’arte vicina alle persone, attraverso qualità, accessibilità e azioni artistiche di promozione sociale e territoriale. Arte come riflessione critica sull’essere umano, attorno alla tematica “natura, ambiente e territorio”, in cooperazione con la Scuola Secondaria di Primo Grado, la Pro Loco di Adelfia e con il patrocinio e il sostegno del Comune di Adelfia.

Il progetto “Ma Che Natura!” vuole porre l’accento sulla capacità dell’arte di essere vivo strumento di conoscenza e indagine attorno a tematiche attuali, unendo alla bellezza dell’arte la necessità di nutrire la consapevolezza sul mondo in cui viviamo.


Le date delle mostre di "Ma Che Natura!"

15 dicembre 2019, ore 11.00
Torre Normanna in piazza Galtieri n.26, Adelfia (Bari)
*pre-evento con l'avvio dell'esposizione di creazioni realizzate da alunne e alunni delle classi terze della Scuola Secondaria di Primo Grado di Adelfia.

16 dicembre 2019, ore 20.00
Ex Municipio in via Rutigliano n.2, Adelfia (Bari)
*Inaugurazione con performance di Iula Marzulli "Per vedere la vigna fiorire"
e avvio dell'esposizione d'arte con opere di artisti provenienti da tutta Italia e internazionali


21 dicembre 2019, ore 18.30
Ex Municipio in via Rutigliano n.2, Adelfia (Bari)
*Presentazione del libro "La rivoluzione perduta di poeti" di Andrea Semplici, Polaris Casa Editrice.

Espongono:
Alessia Amati, Angela Cascini, Angela Regina, Annamaria Cacciapaglia, Anna Kölle, Antonio Delluzio, Arnaldo Negri, Carla Massimetti, Cinzia Scarpa, Cristina Iotti, Concetta Russo, Clara Patella, Donatella Alibrandi, Daniele Nitti, Demetrio Scopelliti, Emanuela Casagrande, Francesca Pastore, Francesca Pracilio, Francesco Mosca, Giuseppe Regina, Grazia Salierno, Ida Chiatante, Ilaria Gonnelli, Iula Marzulli, Jara Marzulli, Jessica Spagnolo, Katia Scorza, Laurà Zerbib, Laura Muolo, Leo Ragno, Luigi Scaringello, Maria Ditaranto, Marina Mancuso, Massimo Cellamare, Michele Franco, Michele Di Pinto, Nico Angiuli, Paky Bruno, Rocco Carnevale, Roberta Pepe, Roberto Praderio, Sebastiano Plutino, Valeria Di Ponio, Valentina Porcelli, Tania Tullo, Tom Colbie, Vanna Carlucci, Vincenzo Mascoli, Viviana Cazzato.

Quando
Dal 15/12/2019 al 06/01/2020 - Domeniche ore 10:30 - 12:30/ giorni 19 - 20 - 21 - 26 - 27 - 28 dicembre ore 17:30 - 20:30/ 24 e 31 dicembre ore 10:30-12:30/ 2 - 3 - 4 - 6 gennaio ore 17:30 - 20:30

info e prenotazioni visite: 333 6576674 // 349 5627533 - alauda.ala@gmail.com

GINGER HOUSE


Ginger House è un reportage realizzato da Manuela De Leonardis nel 2009, dedicato ai magazzini dello zenzero di Cochin in Kerala (India del sud), città famosa per il commercio delle spezie e primo centro nel subcontinente indiano ad essere colonizzato dai portoghesi all’inizio del XVI secolo. 

Situati nel quartiere ebraico di Mattancherry a Fort Cochin, descritto da Salman Rushdie nel romanzo L’ultimo sospiro del Moro (1995), i due magazzini Ganesh Trading Co. e Nariculam Spices appaiono avvolti da una sospensione temporale che entra nel tessuto narrativo, lasciando percepire la vitalità sotterranea del divenire. Un’attesa che si carica di aspettative, preannunciando il movimento del viaggio, dello spostamento, della migrazione. Dalle pareti intonacate di azzurro dei magazzini, segnate dal tempo, la luce del sole filtra attraverso le alte capriate di legno. L’odore intenso, energizzante, dello zenzero occupa uno spazio che va oltre quello dei sacchi di juta, accatastati uno sull’altro sul pavimento, che lo contiene nell’attesa di essere valutato, pesato, acquistato e poi spedito in tutto il mondo. Il progetto fotografico Ginger House è stato esposto alla Libreria Odradek di Roma (2011) e nell’ambito della manifestazione Il Viaggia Libro: La rotta delle spezie all’Auditorium Santa Maria Laurentia di Bevagna, Perugia (2014). Nell’agosto 2019 è stata pubblicata a New Delhi l’omonima fanzine con le fotografie a colori, gli appunti di viaggio Ginger House e Ode al Samosa e una selezione di 10 ricette gastronomiche in cui l’ingrediente principale è lo zenzero.


Manuela De Leonardis (Roma 1966), storica dell’arte, giornalista e curatrice indipendente ha esplorato il rapporto arte/cibo nei libri CAKE. La cultura del dessert tra tradizione Araba e Occidente | The dessert culture between Arab and Western tradition (2013), Taccuino Sannita. Ricette molisane degli anni Venti (2015), Jack Sal. Half Empty/Half Full - Food Culture Ritual (2019).


GINGER HOUSE
Appunti di viaggio di Manuela De Leonardis

Inaugurazione venerdì 27 dicembre 2019 alle ore 19.00
dal 27 dicembre 2019 al 10 gennaio 2020

Bibliothè Contemporary Art
Via Celsa, 4/5 – 00186 Roma

L’esposizione resterà aperta fino a venerdì 10 gennaio 2020
Orario: dal lunedì al sabato: 10.00/22.00 (dom. chiuso)

Info: (+39) 06.678.14.27
https://bibliotheartgallery.com
info@bibliothegallery.com


venerdì 6 dicembre 2019

Silvia Argiolas You can’t make an omelet without breaking some eggs a cura di Nicola Zito



Silvia Argiolas
You can’t make an omelet without breaking some eggs



MICROBA
Via Giambattista Bonazzi 46, Bari
Sabato 14 dicembre 2019, ore 19,00



Quarto e ultimo appuntamento del 2019 per lo Spazio MICROBA, che sabato 14 dicembre presenta la mostra personale di Silvia Argiolas, You can’t make an omelet without breaking some eggs, a cura di Nicola Zito (inaugurazione alle ore 19,00).
Il progetto dell’Argiolas, che è strettamente legato a un periodo di residenza della stessa artista a Bari, si concretizzerà con la realizzazione di un’esposizione di una serie inedita di lavori creati in loco, a contatto con il contesto urbano e cittadino del capoluogo, e installati nell’ambiente di MICROBA, fortemente caratterizzato a livello storico e architettonico, con cui la pittrice instaurerà uno stretto dialogo visivo e plastico.
La mostra di Silvia Argiolas, che vede il coinvolgimento di Matteo Campulla, è organizzata con l’Associazione culturale Achrome, con cui MICROBA rinnova la proficua collaborazione, e sarà aperta e visitabile fino al prossimo 11 gennaio 2020, dal martedì al sabato dalle ore 17,00 alle ore 20,00.

MICROBA si pone lontano dal canonico concetto di galleria d’arte e, anche in questo nuovo ciclo di eventi, rinnova la propria aspirazione di spazio laboratoriale e sperimentale. Attraverso le opere e le esperienze di artisti giovani ma già di respiro nazionale e internazionale, il centro barese persegue la propria missione nel territorio e intende introdurre stimoli di riflessione nel contesto culturale circostante.

L’Associazione culturale Achrome è un collettivo che opera nel campo dell'Arte Contemporanea, muovendosi tra molteplici ambiti, dalla didattica alla ricerca, dall'organizzazione di eventi espositivi alla formazione professionale. Intessendo rapporti con il territorio, Achrome si propone di favorire un rinnovato e più proficuo dialogo tra la città – e i suoi abitanti – e le dinamiche dell'Arte Contemporanea.

Silvia Argiolas (Cagliari, 1977) vive e lavora a Milano. La sua ricerca nasce da una trasformazione introspettiva di ciò che accade nella propria esistenza, fatti, odori, incontri. Lavorando con il medium della pittura, attraverso un intervento diretto su tela, gioca con un forte simbolismo e una espressività dal sapore arcaico, accompagnati a una ricerca sociologica e un interesse verso le teorie della moderna psicologia lacaniana. Tra le sue mostre personali: 2018 Il Mangiarsi Reciproco presso la Galleria Richter Fine Art a Roma; 2017 Lalangue alla Galerie Rompone a Colonia, Germania; 2015 Last Moments alla Robert Kananaj Gallery, Toronto, Canada; 2014 A Day In The Life alla L.E.M e Walk on the wild side (Conversion Of Evil) presso la Galleria Antonio Colombo, Milano; 2012 You are not really so bad alla Galleria D406, Modena; 2011 The Season of the Witch alla Galleria Antonio Colombo, Milano. Tra le sue mostre collettive più recenti: 2017 Gotico Sardo alla CRAG Gallery, Torino; 2015 PanoRama a Torino e La fomosa invasione degli artisti a Milano presso la Galleria Antonio Colombo, Milano; 2014 Selvatico tre una testa che guarda al Museo Civico delle Cappuccine a Bagnocavallo (RA) e P2P #02 – Deep presso la galleria Circoloquadro, Milano. Le sue opere sono state esposte in diverse fiere di arte contemporanea, una tra tutte Artissima nel 2017.


Silvia Argiolas
You can’t make an omelet without breaking some eggs
A cura di Nicola Zito

MICROBA
Via Giambattista Bonazzi 46
70123 – Bari

Inaugurazione: sabato 14 dicembre 2019, ore 19
Dal 14 dicembre all’11 gennaio 2020
Da martedì a sabato, dalle ore 17 alle ore 20

Info:
MICROBA
+39 3927385558 – spaziomicroba@gmail.com

ACHROME
+39 3470866802 – associazioneachrome@gmail.com

giovedì 5 dicembre 2019

Inge Morath - La vita. La fotografia


Il Museo di Roma in Trastevere ospita la prima retrospettiva italiana di Inge Morath (1923-2002), la prima fotoreporter donna entrata a far parte della famosa agenzia fotografica Magnum Photos.

Viaggiatrice instancabile, poliglotta, donna dai poliedrici interessi e di profonda cultura, Morath nasce a Graz, in Austria, nel 1923. Non teme barriere culturali, linguistiche o geografiche: la sua conoscenza di diverse lingue straniere le permetteva di analizzare in profondità ogni situazione e di entrare in contatto diretto con la gente. I rapporti lavorativi con personalità quali Ernst Haas, Robert Capa e Henri Cartier-Bresson, contribuiscono a chiarire l’evoluzione professionale della Morath e il personale stile fotografico nutrito degli ideali umanistici successivi alla Seconda Guerra Mondiale, ma anche della fotografia quale "momento decisivo" come la definì Cartier-Bresson.

Attraverso le sue fotografie si ripercorrono le tappe dei suoi principali reportage geo-etnografici, includendo anche la nota serie di curiosi ritratti con le maschere del disegnatore Saul Steinberg.

La mostra si sviluppa in 12 sezioni che ripercorrono tutte le principali esperienze professionali e umane della Morath, attraverso circa 140 fotografie e decine di documenti originali. Compaiono anche immagini, realizzate da grandi maestri come Henri Cartier-Bresson e Yul Brinner, che ritraggono Inge Morath in diversi momenti della sua carriera.
A Roma, Inge ritorna invece nel 1960 per un lavoro su commissione: fotografare la bellissima attrice e modella Rosanna Schiaffino, che immortala all’interno della sua abitazione romana. Nei pochi anni che intercorrono tra i due momenti romani, Inge Morath si è ormai affermata. Il suo sviluppo è stato graduale. Dopo l’esordio come traduttrice e scrittrice in Austria, aveva iniziato a scattare nel 1952. L’anno successivo, grazie a Robert Capa, comincia a lavorare per Magnum Photos a Parigi.

Il suo primo importante reportage, datato 1953, è dedicato ai “Preti operai”. È di questi anni l’incontro con Henry Cartier-Bresson, con cui inizia un sodalizio decennale che ne segna l’esistenza. Proprio nel 1960, l’anno del ritratto di Rosanna Schiaffino, Inge accompagna infatti Cartier-Bresson a Reno, per lavorare sul set de Gli Spostati, pellicola con Marilyn Monroe e Clarke Gable diretta da John Huston. Qui scatta uno dei suoi più bei ritratti: una Marilyn quasi scomposta che sola, lontana dal set, prova dei passi di danza. Durante le riprese Inge conosce lo scrittore e drammaturgo Arthur Miller, sceneggiatore della pellicola, che diventa suo marito nel 1962. Che si trattasse di celebrità o di gente comune, di singole persone o di comunità, le sue sono immagini che sanno cogliere le intimità più profonde dei soggetti. Riesce a fissare l’anima di grandi artisti – da Henri Moore, a Alberto Giacometti, Jean Arp, Pablo Picasso – e di scrittori come André Malraux, Doris Lessing, Philip Roth e celebrità come Igor Stravinskij, Yul Brynner, Audrey Hepburn, Marilyn Monroe, Pierre Cardin, Fidel Castro. Immortala l’anima dei luoghi.

Imperdibili le sue foto della casa di Boris Pasternak, della biblioteca di Puskin, della casa di Cechov, degli studi di artisti permeate dallo spirito delle persone che vi avevano vissuto.
Inge Morath è stata, soprattutto, una viaggiatrice. Nel corso della sua carriera ha realizzato reportage fotografici in Spagna, Medio Oriente, Stati Uniti, Russia e Cina, tutti preparati con cura maniacale. La sua conoscenza di diverse lingue straniere le ha permesso di analizzare in profondità ogni situazione e di entrare in contatto diretto e profondo con la gente. Preparazione, conoscenza, empatia. Così può giungere al momento magico, quello della «chiusura dell’otturatore. Un momento di gioia, paragonabile alla felicità del bambino che in equilibrio in punta di piedi, improvvisamente e con un piccolo grido di gioia, tende una mano verso un oggetto desiderato.»

Inge Morath - La vita. La fotografia

Dal 30 novembre 2019 al 19 gennaio 2020
da martedì a domenica ore 10.00 - 20.00, la biglietteria chiude alle ore 19.00
Chiuso lunedì

mercoledì 4 dicembre 2019

Silvia Celeste Calcagno - Eye Verbal Motor


Il Museo della Ceramica di Savona e il MuDA di Albissola Marina vi invitano alla presentazione dell’opera Eye Verbal Motor dell’artista Silvia Celeste Calcagno

Sabato 7 Dicembre 2019. Ore 16.30, Sala Conferenze di Palazzo Gavotti, Piazza Chabrol 1, Savona. Seguirà una visita all’installazione dell’opera al Museo della Ceramica. Ore 18.30, MuDA, via dell’Oratorio 2, Albissola Marina. Visita all’allestimento di un’altra opera tratta dallo stesso progetto Eye Verbal Motor.

Eye Verbal Motor è un'installazione del 2019 composta da vari pezzi che unisce fotografia e ceramica. Protagonista dell’opera è l’artista stessa che usa il proprio viso e il proprio corpo per comunicare temi universali quali la vita, il dolore, la morte e la rinascita. L'opera parte da un episodio autobiografico. Per tentare di sublimare il dolore di una perdita, l’artista ha iniziato a svolgere ricerche sul coma scoprendo la Glasgow Coma Scale, la scala di valutazione neurologica utilizzata per tenere traccia dell'evoluzione clinica dello stato del paziente in coma osservandone l’attività oculare, verbale e motoria. Da qui il titolo del lavoro. 

Per realizzare l’opera, le matrici fotografiche iniziali sono state trasferite su lastre di argilla (grès) su cui l'artista è intervenuta pittoricamente prima di cuocerle ad alta temperatura. Reiterata ossessivamente, l'immagine del volto dell’artista è chiaramente visibile nei primi pezzi mentre nell’ultimo è quasi invisibile, raggiungendo una parziale astrazione. Attraverso l’arte l’immagine esteriore del corpo viene trasfigurata per porre l’attenzione sulla dimensione interiore dell’uomo e del suo dolore. 
Per questo lavoro Silvia Celeste Calcagno si è ispirata anche al cinema. Eye Verbal Motorrichiama infatti la locandina del film Lady Vendetta di Park Chan-wook. Incriminata ingiustamente per omicidio, la protagonista tenta invano di pareggiare i conti con chi l’ha accusata. L’ansia di vendetta, perseguita per tutto il corso del film, viene però superata nella ricerca di una pacificazione finale.

Eye Verbal Motor
Eye Verbal Motor è un lavoro di Silvia Celeste Calcagno del 2019 che unisce fotografia e ceramica. Protagonista dell’opera è l’artista stessa che usa il proprio viso e il proprio corpo per comunicare temi universali quali la vita, il dolore, la morte e la rinascita. Eye Verbal Motor parte da un episodio autobiografico. Per tentare di sublimare il dolore di una perdita, l’artista ha iniziato a svolgere ricerche sul coma scoprendo la Glasgow Coma Scale, la scala di valutazione neurologica utilizzata per tenere traccia dell'evoluzione clinica dello stato del paziente in coma osservandone l’attività oculare, verbale e motoria. Da qui il titolo dell’opera.

La fotografia si fa materia
Per realizzare l’opera, le matrici fotografiche iniziali sono state trasferite su lastre di argilla (grès) su cui l'artista è intervenuta pittoricamente prima di cuocerle ad alta temperatura. Reiterata ossessivamente, l'immagine del volto dell’artista è chiaramente visibile nei primi pezzi mentre nell’ultimo è quasi invisibile, raggiungendo una parziale astrazione. Attraverso l’arte l’immagine esteriore del corpo viene trasfigurata per porre l’attenzione sulla dimensione interiore dell’uomo e del suo dolore.

Lady Vendetta
Per la realizzazione di questo lavoro Silvia Celeste Calcagno si è ispirata al cinema. Eye Verbal Motor richiama infatti la locandina e la trama del film Lady Vendetta di Park Chan-wook. Incriminata ingiustamente per omicidio, la protagonista tenta invano di pareggiare i conti con chi l’ha accusata. L’ansia di vendetta, perseguita per tutto il corso del film, viene però superata nella ricerca di una pacificazione finale. 

Silvia Celeste Calcagno
Silvia Celeste Calcagno è nata a Genova nel 1974. Nel 2015 è la prima donna italiana a vincere il Premio Faenza, 59° edizione. Nel 2017 nell'ambito della V Biennale di Mosaico Contemporaneo a Ravenna in collaborazione con il MIC Faenza inaugura la personale Il Pasto bianco a cura di Davide Caroli. L' opera esposta diventa parte della collezione permanente della storica Biblioteca Classense. Nel 2019 vince la terza edizione del Premio L'Arte che Accadrà, a cura di Valentina Ciarallo, con l'opera Just lily oggi allestita nella sede del Gruppo HDRÀ a Palazzo Fiano Roma. Tra gli altri, si sono occupati del suo lavoro: Luca Beatrice, Francesca Bogliolo, Luca Bochicchio, Ilaria Bonacossa, Alessandra Gagliano Candela, Silvia Campese, Davide Caroli, Claudia Casali, Valentina Ciarallo, Maria Teresa Ferrari, Flaminio Gualdoni, Lisa Hockemeyer, Daniela Lotta, Angela Madesani, Michele Mari, Maurizio Tarantino, Matteo Zauli. 



Silvia Celeste Calcagno - Eye Verbal Motor
Sabato 7 Dicembre 2019. Ore 16.30
Sala Conferenze di Palazzo Gavotti, Piazza Chabrol 1, Savona
Seguirà una visita all’installazione dell’opera al Museo della Ceramica
Ore 18.30, MuDA, via dell’Oratorio 2, Albissola Marina

Ingresso gratuito. A causa del numero limitato di posti disponibili è gradita la prenotazione al numero 340 9363059 o alla mail comunicazione@museodellaceramica.savona.it 

martedì 3 dicembre 2019

La moda Oltre la moda


Il 5 dicembre 2019, negli spazi del Museo Castromediano di Lecce, a partire dalle ore 9:30 La moda Oltre la moda, incontro tra studiose che esplorano i "territori" teorici della moda, le diverse identità culturali e filosofiche che la attraversano; i processi creativi, la formazione e le pratiche artigianali che la declinano nella autenticità autoriale.
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Programma: 
"Preservare la cultura della moda", Rosanna Calcagnile, Calcagnile Academy
"Il valore della ricerca nella moda e l'identità stilistica", Luana Rizzo, Università del Salento
"Notes on fashion film", Louise Wallenberg, Stockholm University
"La moda e la città", Patrizia Calefato, Università degli studi A.Moro di Bari
"indossare il territorio", Andrijana Popovic, Università UDG di Podgorica
"In-Segnare Oltre", Santa Scioscio, Calcagnile Academy
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Contestualmente al symposium le sale del museo Castromediano, ospiteranno la mostra "Una Premessa", progetto espositivo realizzato durante la formazione dei designer di Calcagnile Academy
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Per ulteriori info: info@calcagnile.com - 0832 318787 o +39 338 2369189 - www.calcagnile.com

La moda Oltre la moda - Symposium e Mostra
5 dicembre 2019 dalle ore 9:30

project partnership with KUBO
https://www.facebook.com/kubobari/





Marina Paris - Space Transformer

All’Accademia di Belle Arti di Macerata è in corso la mostra Space Transformer, una importante personale di Marina Paris allestita negli spazi della GABA.MC – Galleriadell’Accademiadi Belle Arti di Macerata, in Piazza Vittorio Veneto 7.

Un'occasione per ripercorrere la carriera dell’artista, approfondendo con lei, Rossella Ghezzi, Direttrice dell’Accademia e Antonello Tolve, curatore della mostra, alcuni dei temi nodali al suo discorso che, sin dagli esordi, si muove in quella che Tolve ha definito “un’analisi logica dell’arte intesa essa stessa come spazio” e dove, la nozione di contesto assume un’importanza primaria e centrale. La messa in opera materiale e fisica della processualità di Marina Paris, quel senso dell’abitare che si accompagna al suo lavoro, quella riconsiderazione della storia “luogale”, della sua identità e della sua memoria fatta di tracce sociali, di segni lasciati dal passaggio umano, prende corpo negli spazi della GABA.MC dove, con Space Transformer, come suggerito nel titolo, si manifesta quel metamorfismo costantemente ricercato dall’artista e cuore della sua ricerca.


In mostra alcuni lavori fra i più significativi, come il recente ciclo Under Construction (2014-2017), dove l’artista aziona uno sguardo tagliente e suadente su quello che resta dei vecchi Casali del Pino (Roma), fotografati nel suo stato di abbandono poco prima della loro ristrutturazione. 13 scatti che scansano l’insormontabile scoglio del vuoto spostando la questione dallo spazio al luogo per puntare sulla durata delle cose e dunque sulla loro metamorfosi, sulla loro dinamicità materiale, sulla loro radicale sparizione che coincide con la mobilità della vita (Tolve). Ancora, in mostra incontriamo alcuni importanti disegni su carta che evidenziano un’attitudine potentemente legata allo spiritus locie un’ampia e suggestiva serie di lavori sulla recente poetica del fragmentum di cui fa parte anche Un ricordo e un saluto democratico (2019). Il tema, maturato attraverso tre importanti personali Rovine (2017) da Una Vetrina di Roma, Ora questo è perduto (2018) allo Spazio Fuorteen di Tellaro e Urban Fragments (2019) alla Galleria Spazio Nuovo di Roma, continua idealmente il proprio itinerario attraversando e sostando ora a Macerata, per mostrare anche qui quel flusso atmosferico legato ai meccanismi di condensazione e di spostamento che si traducono nella visualizzazione di tracce identitarie del “nostro tempo migliore”. La mostra si chiude con la proiezione della videoanimazioneLess than fiveminutes (2009) che, fra labirinti e spazi geometrici in continua trasformazione l’uno nell’altro, sublima in atto poetico la messa in crisi della nostra percezione della realtà.

Nata a Sassoferrato nel 1965, Marina Paris si diploma nella sezione Architettura dell’Istituto d’ Arte G. Lapis di Cagli (1984) e frequenta poi l’Accademia delle Belle Arti di Roma, sezione Pittura (1988). 
Fin dall’inizio della sua carriera, orienta la sua ricerca artistica sulla memoria, sulla persistenza dei ricordi e sulla loro mutevolezza, formalizzataattraverso l’uso di varie tecniche, quali il disegno, l’immagine fotografica e l’installazione.
La sua prima personale, Taglia Unica, si tiene a Roma presso la Galleria Decrescenzo&Viesti nel 1998, seguita da Il movimento lento della bugia allo Studio Lipoli (Roma, 2002) e dal progetto con Anna Ajo al Centro per l’Arte Contemporanea di Carbognano (2002).
Nel 2010 il Musée d’Art Moderne de Saint-Étienne Métropole, in Francia gli dedica una grande personale dal titolo Other Spaces / Other Chances, curata dall’allora direttore Lóránd Hegyi. Nel 2014 le viene commissionato un lavoro dalla famiglia Fendi: Under deconstruction, uno sguardo fotografico alle stanze vuote e abbandonate di un casale degli anni Cinquanta (Casali del Pino) acquistato dai Fendi stessi e successivamenterestaurato e ricostruito. In questo caso Paris esplora il ritorno incombente della natura selvaggia su quello che è stato precedentemente costruito eabbandonato dall'uomo. Nel 2013, negli spazi della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, realizza l'installazione” 62+3”. Attraverso tre grandilavori fotografici riesce a movimentare la distribuzione delle sale del museo inserendo tre finte aperture che producono l'illusione di uno spazio irreale, solo apparentemente raggiungibile ma in realtà intangibile e bidimensionale. Un passaggio mentale, piuttosto che fisico.
Prende parte a numerose mostre collettive e le vengono organizzate personali in Italia e all’estero come Giro d’Italia alla Galleria L’Attico (Roma, 1997), Made in Roma al Voipaalan Taide Keskus (Finlandia, 1998), Futurama al Museo Pecci (Prato, 2000), Globe. La torre di Babele al Museo d’Arte Contemporanea (Genova, 2001), www.radiartemobile.it organizzata dall’associazione Zerynthia alla 50a Biennale di Venezia – Utopia Section (Venezia, 2003), Parco alla Fondazione Volume! (Roma, 2003), Transiti alla Galleria Pack (Milano, 2005), Le Cabinet de Dessins al Musée d’Art Moderne de Saint-Etienne (Saint Etienne, 2006), Something happened alla Slovak National Gallery (Bratislava, 2006), Giardino luoghi della piccola realtà al Palazzo delle Arti di Napoli (Napoli, 2006), The Bangkok International Art Festival alla Playground! Gallery (Bangkok, 2007), Corpo Sociale alla Galleria Pack (Milano, 2007),In space allaGalerie Olivier Houg (Lyon, 2008), XV Quadriennale d’Arte di Roma - Palazzo delle Esposizioni (Roma, 2008), Micro-narratives al Museo della Storia (Belgrado, 2009), Public spaces alla Galleria Pack (Milano, 2009), Other spaces_Other Changes al Metropole Museum de Saint-Etienne (Saint-Etienne, 2010), Unreal space alla Jiry Svestka Gallery (Prague, 2012), 62+3alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna (Roma,2013),Mont’oro alla Galleria Montoro12 (Roma,2016),Challenging Beauty al Parkview GreenContemporary Art Museum (Pechino, 2017),Unavetrina (Roma, 2017), Ora questo è perduto allo Spazio Fuorteen (Tellaro, 2018) e Urban Fragments alla Galleria Spazio Nuovo (Roma, 2019).

Marina Paris – Space Transformer 
a cura di Antonello Tolve
Dal 24 ottobre 2019 al 12 gennaio 2020
Piazza Vittorio Veneto 7 (MC) 


Female Portraits

Maura Banfo, Echi, 2019

La galleria Muratcentoventidue Artecontemporanea riprende il suo percorso espositivo con “Female Portraits” che vede la partecipazione di Maura Banfo, Iginio De Luca, Lello Gelao , Chrischa Venus Oswald, Anahita Razmi, Özlem Şimşek.
La mostra propone un originale confronto fra opere che attraverso linguaggi diversi, affrontano un tema comune, quello del ritratto femminile, una tradizione figurale che ha percorso ininterrottamente l’arte occidentale adattandosi all’evoluzione degli stili e delle forme. Il corpo femminile ed il volto in particolare è uno dei motivi più antichi e più comunemente mostrati nelle arti visive. 
Le opere esposte in questa mostra ritraggono donne e nascono dall’analisi di un corpo femminile vivo nella sua complessità, soggetto attivo e non più oggetto della rappresentazione maschile, e sono attraversate da un sentimento di crisi e di inquietudine che riflette su come la rappresentazione dell’intimità femminile non sia non più ancorata a significati certi, legati a ruoli codificati.

Dopo anni d'irrequietezza "vagabonda" ad esplorare il mondo, Maura Banfo trova nella sua città natale, Torino, il proprio "nido" dove inizia una ricerca attraverso la fotografia come linguaggio predominante. Il lavoro di Maura Banfo dalla metà degli anni Novanta a oggi, ha segnato delle tappe importanti nel sistema dell'arte contemporanea italiana, con uno sguardo e una presenza significativa anche in ambito internazionale. Il percorso di Maura Banfo è caratterizzato da una coerenza interna che raramente si riscontra nell'opera degli artisti italiani della sua generazione. La forza del suo lavoro sta nel mantenere ben riconoscibile la propria impronta creativa e la propria poetica, ma in una continua scoperta di nuove sfaccettature e punti di vista. Lo stesso discorso vale per i media utilizzati: sebbene prevalga una preferenza per la fotografia, lavora con padronanza anche con il video, il disegno e l'installazione. 
Il suo lavoro di raccolta di suggestioni comprende la produzione di lunghi scritti, scatti e disegni, ma anche la collezione di elementi appartenenti al regno animale e vegetale, ad esempio conchiglie o nidi che con certezza sono ormai stati abbandonati dai loro ospiti. Ognuno di questi piccoli mondi viene ascoltato, elaborato e tradotto in lavori dalla poetica molto diretta, in cui il pubblico può immedesimarsi e trovare un significato privato.

Nato a Formia nel 1966, Iginio De Luca si è diplomato in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma. E’ un musicista e un artista visivo, fa video, installazioni e performance. Negli ultimi anni la sua poetica si è concentrata soprattutto sulla produzione di video, di immagini fotografiche, ma anche di quelli che lui definisce blitz. Considerandoli a cavallo tra arte urbana e performance, l’artista compie azioni a volte sorvolando con aerei, altre proiettando immagini o scritte su edifici in rapidi raid notturni, altre ancora arrivando in luoghi con elementi di forte disturbo e impatto visivo, come cartelloni finto-elettorali. Ibridando etica ed estetica, tecnologia e azioni comportamentali, De Luca reclama l’interazione con l’ambiente e il pubblico, denunciando, tra ironia e impegno, la crisi di valori di questo nostro tempo. L’utilizzo di molteplici e differenti registri linguistici ha da sempre caratterizzato la sua progettualità e conseguentemente le scelte metodologiche ed operative, lasciando intendere che il denominatore comune è nella necessità di scardinare le certezze, di rompere i codici della formalizzazione espressiva, per tendere un tranello alla realtà, sorprendendola alle spalle. 
In “Duecentosettanta°”, opera video realizzata nel 2007, vediamo un volto di una donna rilassato, tranquillo; il contesto è naturale, una villa, voci, terra, alberi e cielo. Poco a poco il paesaggio scorre dietro al volto, è la donna che si muove o è lo sfondo sul retro? Dopo aver attraversato gli alberi, la donna “atterra” di nuovo sul prato ma ormai il mondo è capovolto e il viso completamente deformato.
Questo video affida alla forza di gravità la possibilità di rivelare quella che è la nostra identità più inconscia e segreta, cambiando semplicemente il punto di vista.

Lello Gelao vive e lavora a Bari dove ha studiato pittura presso l’Accademia di Belle Arti.
La ricerca di questo artista insiste da qualche anno sul tema del ritratto attraverso una figurazione essenziale e intensa, grazie anche alla sua attenzione ai mass media e alla fotografia.
Le sue figure, stagliate su fondali anonimi, impercettibili, set senza tempo né spazio, sono immagini nitide, luminose, dagli intensissimi piani di colore, rese in una particolare prospettiva bidimensionale e private di ogni connotazione sentimentale, ma che riescono a comunicare una profonda risonanza psicologica.
Nei suoi quadri solitamente l’artista inserisce un unico personaggio, come nell’opera proposta in questa mostra , solo e distaccato fisicamente e psicologicamente, riuscendo a cogliere un momento particolare, quasi il preciso secondo in cui il tempo si ferma e tutto appare immobile, silenzioso. Il suo lavoro si caratterizza attraverso atmosfere vuote e ambienti rarefatti e parla di solitudine, di malinconia e di tempo sospeso. In “Flowers” , un dipinto a olio su tela, ritrae una bambina riuscendo a cogliere una dimensione interiore densa di inquietudine e mistero.

Chrischa Venus Oswald, nata in Baviera nel 1984, ha terminato i suoi studi di Belle Arti presso l'Università di Arte e Design di Linz (A) nel 2011. Nel 2007 ha ricevuto in Austria il Premio Diesel New Art per la fotografia, della cui giuria faceva parte Erwin Wurm. Il suo lavoro è stato esposto e proiettato in varie mostre nazionali e internazionali, ed è incluso in collezioni private, tra le quali la collezione di video di Manuel de Santaren. L'artista lavora su una gamma di media diversi, come la fotografia, il video, la video performance o il testo / poesia .Il lavoro di Oswald si basa spesso su approcci performativi o documentari ed è principalmente interessato alle relazioni, alla condizione umana e alle questioni esistenziali.
Le esperienze personali servono come punto di partenza per aprire narrazioni individuali per lo spettatore e quindi un mondo di molteplici significati ,al fine di coinvolgerlo stabilendo una relazione a livello visivo e concettuale . Il pubblico è spinto così a vedere alcuni aspetti della vita sotto una nuova luce.
“In Granny´s Dresses” è la continuazione dell'esplorazione della sua relazione con la mamma di suo padre che è morta nel 2014. Dopo il primo ritratto che le era stato permesso di fare nel 2005, aveva iniziato una collaborazione documentaria con lei fino alla sua morte. Nel 2014 ha realizzato "BED", una videoperformance nel suo giardino, in omaggio a lei.
Questa serie di autoritratti presenta uno degli abiti da giardino di sua nonna in ciascuna delle immagini e uno dei suoi oggetti che ha portato con sé quando hanno ordinato le sue cose. L’artista si mette non nei suoi panni ma nei suoi abiti e li trasferisce dal suo ambiente abituale in Baviera al suo ambiente di vita a Lisbona al momento della creazione dell'opera. Niente si perde davvero, tutto si trasforma.

Anahita Razmi è una video artista e performer nata ad Amburgo che vive tra Berlino e Londra, il cui lavoro ruota attorno a trasferimenti e traslocazioni culturali. Lavorando principalmente con video, installazioni, nuovi media e performance, il lavoro di Razmi esamina i processi di appropriazione culturale in cui i significati di immagini, artefatti e quindi identità esistenti vengono alterati collocandoli in un altro contesto temporale. Nel fare ciò, spesso riflette su strategie di disordine e strutture di percezione espresse dai mass media della cultura pop e dei suoi consumatori sullo sfondo di diverse comunità tra Occidente e Medio Oriente. La Repubblica islamica dell'Iran, con le sue attuali condizioni e relazioni politiche e sociali, rimane un punto di riferimento aperto e ambivalente.
L'opera “Iranian Beauty “ è composta da un video-loop e da un foglio DinA4 ,incorniciato, della voce Internet di Wikipedia del 2013 su "L’unità valutaria meno preziosa". Il video rievoca una scena iconica del film "American Beauty", scambiando i petali di rosa della scena originale con le banconote del Rial iraniano. Al momento della produzione dell'opera, la banconota da 500 IRR valeva meno di 3 Eurocent (aggiornamento del 2019: meno di 1 Eurocent), il che pone l'Iran al primo posto dell'unità valutaria meno valutata; il tasso di inflazione aumenta in modo significativo ogni anno, - nel 2012 è stato registrato intorno al 40%.
L’opera si riferisce a questi numeri precari, che devono necessariamente essere considerati in relazione alle sanzioni economiche occidentali che negli ultimi anni si sono inasprite. Il momento di seduzione della scena del film citato fallisce: l'opera mette in discussione valore / svalutazione e mette in relazione una memoria cinematografica occidentale con le realtà economiche dell’oriente.

Özlem Şimşek è artista e fotografa che vive e lavora ad Istanbul. Le sue opere video e fotografiche e performative si concentrano su storie ufficiali e alternative della rappresentazione femminile in Turchia, ponendo l’accento sull'interazione tra rappresentazione , genere e identità . Şimşek si appropria, decostruisce e di conseguenza ricostruisce rappresentazioni di donne, nella fotografia e nella pittura nel contesto della storia turco-ottomana. Nelle sue opere Şimşek utilizza la pratica performativa per creare un punto di vista critico sulle rappresentazioni delle donne e porre domande sul concetto di identità poiché le donne in Turchia sono state viste come simbolo delle differenze culturali e ideologiche a partire dall'inizio del processo di modernizzazione fino ad oggi. 
I video intitolati "Big Sister" e "Letter" fanno parte del progetto "l’autoritratto e l’ arte turca moderna" in cui Özlem Şimşek posa per la cinepresa e cerca di comportarsi come le donne raffigurate nei dipinti storici turchi moderni. Nel contesto di questo progetto crea una serie di opere video e fotografie che mettono in discussione la rappresentazione delle donne nell'arte e nella storia turca moderna. Il video intitolato "Big Sister" allude all'autoritratto di Leyla Gamsız del 1950 in cui vediamo una giovane donna in piedi ,con alle spalle dei fiori e con un'espressione severa sul viso. Il video intitolato "Letter" si riferisce all'omonimo dipinto di Nuri İyem del 1980 che mostra una donna che si preme una lettera sul petto con desiderio. Queste opere nascono da una fantasia , l’artista si chiede: "cosa succederebbe se una donna che fosse stata rappresentata attraverso una certa immagine improvvisamente provasse a liberarsi del ruolo attribuitole?".

Female Portraits
Maura Banfo, Iginio De Luca, Lello Gelao, Chrischa Venus Oswald, Anahita Razmi, Özlem Şimşek

Via G. Murat 122/b – Bari

Inaugurazione
Sabato 14 Dicembre, 2019, ore 19.30
Periodo

14 Dicembre – 30 Gennaio 2020

Orario di apertura
Lunedì ,martedì e mercoledì solo su appuntamento
Dal giovedì al sabato, dalle 17.30 alle 20.30

Info
3348714094 – 392.5985840



domenica 1 dicembre 2019

Giuseppina Giordano. The wall of Delicacy

ph. Fabrizio Stipari

THE WALL OF DELICACY (Ode to America) di Giuseppina Giordano è una pratica meditativa, una riflessione sui confini e sulla delicatezza.

La pratica si realizza attraverso gesti semplici e pieni di grazia: l’artista inserisce uno dopo l’altro dei boccioli di rosa dentro un filo metallico, prestando attenzione a non rovinarli, e osservando i petali che inevitabilmente cadono a terra. Un intervento che nell’estetica rimanda, ribaltandone di senso, al filo spinato utilizzato ai confini tra i Paesi.

Nato come installazione site-specific durante la residenza dell’artista al MASS MoCA, negli Stati Uniti, si è trasformato in un progetto itinerante e partecipato; a Maggio 2019 ha partecipato a BienNolo, biennale di arte contemporanea curata da ArtcityLab, Matteo Bergamini, Carlo Vanoni. Dall’1 al 7 Dicembre, dalle ore 11 alle 18, dentro Palazzo Bonocore. L’artista invita i cittadini a prendere parte alla pratica meditativa e alla realizzazione dell’opera.

Il 7 Dicembre, dalle 8 alle 21, The wall of Delicacy sarà installata a Piazza Pretoria, tra la Fontana e Santa Caterina.

The wall of Delicacy per BAM è curato da Laura Francesca Di Trapani e supportato dalla The Secular Society, USA.

ENGLISH below

THE WALL OF DELICACY (Ode to America) is a meditation practice, a reflection on boundaries and delicacy. The practice is realized through simple and graceful gestures: the artist inserts, one after the other, rosebuds in a metal wire, paying attention not to damage them, and observing their petals that inevitably fall to the ground.
An installation that in aesthetics refers, overturning its meaning, to the barbed wire used at the borders between Countries.

Born as a site-specific installation during the artist’s residency at MASS MoCA, USA, it has turned into a traveling and participatory project; in May 2019 it took part in BienNolo, a biennial show of contemporary art curated by Artcity Lab, Matteo Bergamini, Carlo Vanoni. From the 1st to the 7th of December, 11 to 6pm, in Palazzo Bonocore. The artist invites citizens to take part in the meditation practice and in the realization of the work.

On the 7th of December, 8 am to 9 pm, The wall of Delicacy will be installed in Piazza Pretoria, between the Fountain and Saint Catherine.
The wall of Delicacy for BAM is curated by Laura Francesca Di Trapani and supported by The Secular Society, USA.


Palazzo Bonocore - Palermo
Giuseppina Giordano. The wall of Delicacy
dal 1 al 7 dicembre 2019 ore 11:00-18:00