venerdì 15 febbraio 2019

Ultramar di Fabio Roncato

Fabio Roncato, Il tempo che passa lento, 2019

Per la sua mostra personale, Ultramar, Fabio Roncato presenta nello spazio di Mars due gruppi di opere: le sculture del progetto Momentume le carte del nuovo ciclo Il tempo che passa lento.
I volumi metallici e le carte compongono una mostra nella quale risaltano taluni dei principali temi della ricerca artistica di Roncato: l’indagine sulla relazione tra percezione e conoscenza, l’interesse per il primato della materia e le possibilità dell’immaginazione.
Il vocabolo della lingua spagnola ‘ultramar’, solitamente usato per indicare le terre che si trovano di là dal mare, terre e paesaggi ignoti ancora da esplorare, diventa punto di partenza per Roncato che, come scrive Davide Dal Sasso, se ne serve per sviluppare una riflessione sullo spazio tra le cose, sulle possibilità offerte dai rapporti tra concretezza, immaterialità e variabilità operativa.

Fabio Roncato (1982) vive e lavora a Milano. Dopo aver conseguito il diploma in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano ha perfezionato il suo percorso di formazione frequentando diverse residenze in Italia e all’estero tra cui: l’Atelier Bevilacqua la Masa (Venezia), VIR-Via Farini in Residence (Milano) e Jan Van Eyck Academie (Maastricht). La sua ultima personale “Il pianeta dove evaporano le rocce” (2018), a cura di Chiara Casarin e Eleonora Castagna, si è tenuta nella Torre delle Grazie presso i Musei Civici di Bassano Del Grappa.


Mars e Yari Miele presentano: Ultramar
una mostra di Fabio Roncato
a cura e con testo critico di Davide Dal Sasso

Inaugurazione mercoledì 27 febbraio 2019, h. 18-21

Via Guinizelli 6, Milano | 27.02.2019 – 06.03.21019
Visite su appuntamento

Si ringrazia Fonderia Artistica Battaglia

MARS
Milan Artist Run Space 
Via Guido Guinizelli 6, Milano
20127 (MM1 Pasteur)
mars.mailto@gmail.com 
www.marsmilano.com

giovedì 14 febbraio 2019

Annamaria Suppa. Fragiail



E' da poco rientrata da New York, Annamaria Suppa. Nella Grande Mela, poiché c’è suo figlio, torna spesso e qualche anno fa vi ha tenuto anche una mostra. Ciò nonostante i famigliari affettuosamente le rimproverano un po’ di snobistica pigrizia nell’imparare l’inglese, per cui talvolta annotano su un foglio la pronuncia dei termini che deve usare. Nasce da qui, da un segreto giochino privato, il titolo di questa personale: “Fragile”, da pronunciare però all’inglese, “fragiail”. Fragile (fragiail) come la forza di questa signora dell’arte barese, indomita sperimentatrice di tecniche e linguaggi.. E fragile (fragiail) come il materiale che in questa occasione, per la prima volta in una lunghissima carriera avviata da quasi sessant’anni, ha deciso di sperimentare, ossia il vetro. Un materiale per molto tempo relegato alla sottovalutata sfera delle “arti minori”. Di cui l’arte contemporanea ha rilevato invece le enormi possibilità espressive, la capacità anche simbolica di riflettere la realtà, le qualità di superfice insieme duttile e plasmabile, solida oltre che fragile (si pensi, in Italia, a rassegne ormai consolidate come “Glasstress” a Venezia, che coinvolgono artisti di spessore internazionale nell’interpretazione creativa di questo medium). Di vetro fuso sono i nove grandi riquadri che fanno da fulcro inedito a questa esposizione. Colorate lastre astratte dove l’incastro frammentario di segni, macchie, inserti, che costituisce la peculiare cifra pittorica dell’autrice, s’incastona con sincretica magia dentro la materia. Annamaria si è interessata un pò per caso alle potenzialità della sostanza vitrea. Con stupore e curiosità quasi infantile si è messa a provare le polveri cromatiche, sondando i diversi effetti di controllata sorpresa che la cottura in forno le restituiva. Il risultato, pilotato da arguti accorgimenti, pennellate a dito, inserimenti materici, bolle, sovrapposizioni, non ha nulla di artigianale o decorativo. E’ invece un’ulteriore tappa, forse solo temporanea, di un discorso che in modi diversi ci restituisce in misurata traccia gestuale “Frammenti aggiunti”, evocatori di uno stato “Upside down”, rivelatori anche di un “Dark side” e di “Bollenti spiriti”, come suggeriscono talvolta ironicamente alcuni titoli. Lacerti di visioni e di memorie, trasfigurati in stratificati segni-luce. Proprio l’attenzione per le trasparenze luminose fa da collante tra questa serie e quella in parte coeva costituita dai moduli in plexiglass qui esposti. Era stata avviata due anni fa con il grande “Gioco dell’oca” didattico e relazionale in versione artistica, che aveva impresso una vivace svolta policroma al registro di neri e bianchi presente nei suoi quadri. Di questa vena più sobria e malinconica reca testimonianza, al piano sottostante, “Generazioni”, tavola in plexi con reticolo metallico realizzata per una precedente personale che innestava su suggestioni cosmiche (il “wormhole”) ricordi e affetti di famiglia. Si estende invece all’ambiente la mediterranea installazione marina con lunghi teleri in acetato sospesi dall’alto e sormontati da un lungo forcone in lana di vetro. Pirandelliano “uno, Nettuno, centomila” improntato su pittoriche ma analoghe e fragili trasparenze. La fragilità diventa dunque in Annamaria Suppa la cifra di una riflessione visiva dagli impliciti risvolti esistenziali, che si ribalta però nel suo contrario. “Ci sono uomini che sono troppo fragili per andare in frantumi. A questi appartengo anch’io”, scriveva Ludwig Wittengstein. Una frase che ben si adatta all’artista, al suo temperamento, alla sua storia e al suo lavoro: contrassegnato da un’energia creativa inossidabile (pardon, infrangibile), tesa verso una ricerca continua e perennemente in progress.
Antonella Marino


ANNAMARIA SUPPA | FRAGIAIL
a cura di Antonella Marino
fino al 28 febbraio 2019

Str. dei Gesuiti, 70122 Bari
+39 080.5061158 museonuovaera@alice.it
Dal mar. al sab. h. 17:30 / 20:30

Giovanni Kronenberg


z2o Sara Zanin Gallery è lieta di presentare la seconda mostra personale in galleria di Giovanni Kronenberg, che inaugurerà martedì 12 febbraio alle ore 18.00.

La mostra presenta l’ultima produzione dell’artista, una serie di sculture, disegni e interventi realizzati nell'ultimo anno: oggetti peculiari, inconsueti ed eterocliti, sui quali Kronenberg interviene con modifiche, spostamenti e alterazioni. Capaci di condizionarne la forma e lo statuto, le intromissioni scultoree dell’artista sono in grado di creare un nesso tra tempi e materiali distanti, difficilmente comparabili o assimilabili tra loro. La costruzione di una sintassi combinatoria è l’operazione alla base del lavoro di Giovanni Kronenberg, una grammatica che opera sulla lenta sedimentazione di qualità evocative che gli oggetti possiedono di per sé e sulla successiva alterazione di quelle stesse qualità attraverso forme di intrusione.  Gli oggetti e i materiali che l’artista accorda tra loro sono carichi di passato ma non generano narrazioni, contengono piuttosto molteplici dimensioni del tempo che si depositano senza generare senso.

Giovanni Kronenberg (Milano, 1974) vive e lavora a Milano. Tra le recenti personali: Senza titolo, LocaleDue, Bologna (2019); MARS / Milano Artist Run Space, Milano (2018); Galleria Renata Fabbri Arte Contemporanea, Milano (con testo critico di Simone Menegoi) (2017); z2o Sara Zanin Gallery, Rome, Italy (con testo critico di Alessandro Rabottini) (2016). Tra le recenti collettive: Taxonomy, a cura di Leonardo Petrucci e Barbara Reggio, Roma (2018); KIZART. La videoarte per i bambini, a cura di Raffaella Frascarelli, MAXXI, Roma (2018); Take me a question, progetto di arte pubblica, a cura di Andrea Lerda, Caraglio (CN) (2018); Solo Figli, Padiglione Esprit Nouveau, Bologna (2017); In the stillness of the landscape room, a cura di Alessandro Roma, z2o Sara Zanin Gallery, Roma (2016).

Nell’ambito della stessa sera siamo lieti di annunciare l’inaugurazione congiunta con:
Richter Fine Art | Zanbagh Lotfi 
12 febbraio – 22 marzo 2019

Giovanni Kronenberg
12 febbraio > 18 marzo 2019

Z2O Sara Zanin Gallery | via della Vetrina 21, 00186 Roma | T. +39 06 70452261 | www.z2ogalleria.it | info@z2ogalleria.it Orario di apertura: da martedì a sabato 13:00 - 19:00 (o su appuntamento)




mercoledì 13 febbraio 2019

Monica Biancardi. Punti di Vista

Monica Biancardi Punti di Vista - Intravisione 2017 

Shazar Gallery
Apre il suo nuovo spazio a Napoli e presenta 
Monica Biancardi. Punti di Vista

Sabato 16 febbraio 2019 la Shazar Gallery inaugura la sua nuova sede al centro di Napoli, a via Pasquale Scura 8, con la mostra di Monica Biancardi, Punti di Vista, durante un opening lungo un giorno, dalle ore 11.30 alle 20.00.

“Dopo sedici anni di attività a Sant’Agata de Goti è arrivato il momento di cambiare, non solo un nuovo spazio, ma anche proposte diversificate e incursioni internazionali” così Giuseppe Compare direttore della Shazar, descrive questo nuovo corso che parte per una stagione di mostre con Monica Biancardi, Mutaz Elemam, Rocco Dubbini, Giacomo Montanaro, Gabriel Orlowski e Paola Risoli. Negli spazi secenteschi, coperti da una grande volta a botte, e con l’originale basolato, non mancheranno fuori programma e novità come una Summer Exhibition, vera e propria esperienza innovativa nell’ambito cittadino, che coinvolgerà non solo la galleria, ma anche il cortile e il palazzo storico della sede espositiva. 

L’evento di inaugurazione vede protagonista Monica Biancardi con un intenso progetto fotografico, oggi in fieri, Punti di vista. Secondo l’artista napoletana “Punti di Vistaè un progetto sulla lucenaturale o creata ad arte, che riflette su prospettive sempre diverse ma connesse e intercambiabili. Assumere più punti di vista non vuol dire percepire il mondo da porzioni di spazio alternative, ma soprattutto affinare lo sguardo e tutti i sensi, oltre che la capacità stessa, culturale, etica, politica, di comprendere che tutto ci riguarda. Non c’è nessun punto cieco nel mondo. Per questo, abitare più punti di vista significa dar vita a un processo narrativo che tenga conto di quelle che si potrebbero definire, assumendo come dobbiamo uno sguardo sempre terzo, le “parti in commedia”.  I dittici, i trittici e i polittici fotografici di Punti di vista segnano altrettanti “punti di vita” di un soggetto che, per essere tale, non può mai occupare un unico punto.”

La mostra sarà visitabile fino al 30 marzo dal martedì al sabato dalle 14.30 alle 19.30 e su appuntamento.

Si ringraziano il Maestro e autore Luciano Bellini per i due brani "Vocalise", il soprano Angela Cinalli e il flautista Luca Bellini. La trattoria Nennella dei Quartieri Spagnoli.


Monica Biancardi. Punti di Vista
Opening: sabato 16 febbraio dalle ore 11.30 alle 20.00
dal 18 febbraio al 30 marzo 2019

Shazar Gallery
Via Pasquale Scura 8 
80134 Napoli

Mob - 339 1532484
www.shazargallery.com– info@shazargallery.com
Press officer: Graziella Melania Geraci 3475999666 press@shazargallery.com

Eros Bonamini.Tempo Numeri Spazi

Nuova Galleria Morone presenta Tempo Numeri Spazi personale di Eros Bonamini a cura di Francesco Tedeschi.

Eros Bonamini (Verona 1942-2012) fa la sua apparizione sulla scena dell’arte contemporanea a meta degli anni Settanta, nell’ambito di ricerche affini alla pittura analitica. Le sue prime mostre hanno avuto luogo a Verona nella Galleria dello Scudo e nella Galleria Ferrari, che per alcuni anni ha seguito da vicino il suo lavoro. Da una pittura fondata sulle varianti della monocromia, in breve tempo Bonamini passò a operare con stesure materiche, attraverso l’adozione del cemento come materia cromatica su cui tracciare segni in forma di scrittura e di misurazione del tempo, sperimentandone diverse soluzioni di analisi. Il tempo diventa esso stesso fattore operativo nella poetica dell'artista nelle “Cronotopografie. Da allora il fattore temporale e stato persistente nella sua attività, che ha assunto i caratteri di grande attenzione e precisione, ma non per questo privo di note poetiche.

L'esposizione in galleria è un focus attento sulle “Cronotopografie” e i “Segni” tipici degli anni '80. Una via di creazione il cui soggetto costante è sempre il tempo, ovvero la registrazione di esso attraverso tracce che ne registrano lo scorrere, ma la successione delle scritture realizzate nello spazio dichiarato dà luogo a ulteriori sviluppi che contengono i valori su cui si fondano. Lavori che rivelano una nuova concezione enunciativa, oltre che derivare da un processo che genera forme in sa pittoriche, che assumono esplicitamente il carattere di “parole” e “numeri”. Saranno anche esposte alcune successive declinazioni, dove le tracce del tempo si traducono in precise sequenze di cicatrici puntiformi e labirintiche, oppure in slabbri e orli combusti; costruite con la furia dell’azione sui metalli e plexiglas specchianti, dove l’oggetto contundente è metronomo dell’azione reiterata e violenta mentre la superficie, specchiante e deformante, sempre più coinvolge anche lo spettatore nel processo di consumo del tempo e di esistenza nello spazio.

Accompagnerà la mostra la monografia curata da Francesco Tedeschi, edita da Skira in collaborazione con VAFstiftung, presentata il 16 Gennaio 2019 alla Galleria Nazionale di Roma. Di lui hanno scritto, tra gli altri, Mario Bertoni, Ilaria Bignotti, Corrado Bosi, Luciano Caramel, Claudio Cerritelli, Giorgio Cortenova, Giorgio Di Genova, Gianpaolo Ferrari, Licisco Magagnato, Marco Meneguzzo, Filiberto Menna, Antonella Montenovesi, Patrizia Nuzzo, Anna Maria Sandonà, Toni Toniato, Alberto Veca e Francesco Tedeschi. Le sue opere si trovano in prestigiose collezioni pubbliche e private, tra le quali si ricordano Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea Palazzo Forti di Verona, Mart di Rovereto, Museo d’Arte delle Generazioni Italiane del 900 “G. Bargellini” di Pieve di Cento, Museion di Bolzano, Museo Casabianca di Malo, Gallerie d'Italia di Milano e Galleria Nazionale di Roma.


Eros Bonamini.Tempo Numeri Spazi 
a cura di Francesco Tedeschi
7 febbraio | 17 aprile 2019

Via Nerino 3, Milano 
lun–ven:ore11–19 | sab15-19

martedì 12 febbraio 2019

Il classico si fa pop. Di scavi, copie e altri pasticci

Quella dell’atelier di Giovanni Trevisan (1735-1803), detto il Volpato, è una storia che nasce da una scoperta nel rione Monti a Roma, e che racconta gusti, forme e mode dell’antico. Parte dall’età classica e arriva ai giorni nostri, passando per la stagione del Grand Tour, quando nasce il gusto per il souvenir. È questa la trama della mostra “Il classico si fa pop. Di scavi, copie e altri pasticci”, allestita in due delle sedi del Museo Nazionale Romano: Crypta Balbi e Palazzo Massimo.

La rassegna è stata pensata per il grande pubblico, con un allestimento ad effetto che ricorre a proiezioni e magici giochi di luci e ombre per moltiplicare e scandire forme e trasformazioni, a partire dalla narrazione di Volpato e della sua fabbrica di ceramiche. Noto artista e incisore, amico di Antonio Canova e di Angelica Kaufmann, Volpato contava tra i suoi clienti il re Gustavo III di Svezia e l’imperatrice Caterina II di Russia. Realizzava prodotti raffinati, tra cui maestosi centrotavola, per il pubblico colto del Grand Tour, utilizzando il biscuit, materiale dall’aspetto simile al marmo.

Insieme ai lavori di Volpato, sono esposte altre produzioni dell’epoca del Grand Tour, tra cui oggetti e arredi in micromosaico con vedute di monumenti romani. Non a caso la Crypta Balbi, museo sorto intorno a uno scavo urbano, ospita questa sezione della mostra.

A Palazzo Massimo, invece, viene messo in particolare evidenza il tema della serialità artistica in tutta la sua complessa varietà. Gli stessi Discoboli, qui conservati, dimostrano anche per l’età classica l’esistenza della riproduzione di opere d’arte da originali greci. Sono circa una ventina gli esemplari antichi arrivati fino a noi e cinque di essi sono in mostra per mettere in evidenza il concetto di moltiplicazione. Ancora oggi il Discobolo resta un’immagine potente nella cultura contemporanea, come si evince dallo scultoreo torso fotografato da Mapplethorpe. Così come all’Ermafrodito dormiente, copia di epoca romana di una figura di età ellenistica, s’ispirano tanto Canova quanto Francesco Vezzoli. Modello antico, versione neoclassica e contemporanea si fronteggiano, con significati distanti tra loro.

Il classico si fa pop. Di scavi, copie e altri pasticci
fino  al 07 Aprile 2019

Crypta Balbi / Palazzo Massimo
via delle Botteghe Oscure 31
CURATORI: Mirella Serlorenzi, con Marcello Barbanera e Antonio Pinelli
ENTI PROMOTORI: Museo Nazionale Romano con Electa

lunedì 11 febbraio 2019

Babart è una start-up che investiga nuovi modi di concepire, vendere e mostrare arte...


Babart è una start-up che investiga nuovi modi di concepire, vendere e mostrare arte in diverse città del mondo. Attraverso un sistema diffuso di ‘open gallery’, che coinvolge B&B, hotel e case-vacanza, Babart propone la curatela e la vendita di piccoli manufatti d’arte, che riassumono le caratteristiche dei cosiddetti ‘viaggiatori culturali’: bagaglio limitato, budget contenuto e poco tempo. Producendo manufatti con un tema dedicato, Babart recluta stagionalmente artisti giovani, emergenti ed affermati in cerca di nuovi modi di vendere e produrre arte secondo sistemi altamente digitalizzati, pur mantenendo un alto livello di ricerca estetica e concettuale. Se sei dunque curioso di esplorare nuovi modi di esporre, produrre e vendere arte, candidati. Leggi il regolamento, crea la tua opera ed inviala. Il tuo progetto potrebbe viaggiare il mondo, mentre tu, da casa, lo segui ad ogni transizione. Diventa parte di questo nuovo modo di fare arte. 

 PARTECIPA. Link alla call: https://www.babart.it/call-2019 (Gratis fino al 24 Febbraio - dopo € 4.99) Giosuè Prezioso Specialisation in Strategic Management & Innovation, Copenhagen Business School MSc Art, Law and Business, Christie's London BA Art History and Italian Studies (magna cum laude), John Cabot University

Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione


Una riflessione sulla figura femminile attraverso artisti che hanno rappresentato e celebrato le donne nelle diverse correnti artistiche e temperie culturali tra fine Ottocento, lungo tutto il Novecento e fino ai giorni nostri. Circa 100 opere, tra dipinti, sculture, grafica e fotografia, di cui alcune mai esposte prima o non esposte da lungo tempo, provenienti dalle collezioni d’arte contemporanea capitoline - Galleria d’Arte Moderna e MACRO - a documentazione di come l’universo femminile sia stato sempre oggetto prediletto dell’attenzione artistica, da oggetto da ammirare, in veste di angelo o di tentatrice, a soggetto misterioso che s’interroga sulla propria identità fino alla nuova immagine nata dalla contestazione degli anni sessanta. Il percorso espositivo è accompagnato da materiale documentario, videoinstallazioni, documenti fotografici e filmici, provenienti dalla Cineteca di Bologna e dall’Archivio dell’Istituto Luce-Cinecittà che ne hanno curato la realizzazione, tratti da opere cinematografiche e cinegiornali, oltre che da video di performance e film d’artista. Nella serie dei ritratti esposti al secondo piano della mostra spicca, tra gli altri, il volto di Elisa, la moglie di Giacomo Balla, ritratta mentre si volta per guardare qualcosa o qualcuno dietro di sé. Il valore iconico dell’immagine è racchiuso nello sguardo che muta lo stupore in seduzione e curiosità trasformando il ritratto della giovane donna da oggetto da ammirare a soggetto misterioso.

In una sala della mostra è proiettato il film, prodotto dall’Istituto Luce, Bellissima (2004) di Giovanna Gagliardi che attraverso documenti storici dell'Archivio Luce, spezzoni di film, canzoni popolari e interviste racconta per immagini il cammino delle donne nel ventesimo secolo. L’ultima sezione della mostra, dedicata alle dinamiche e le relazioni tra gli sviluppi dell’arte contemporanea, l’emancipazione femminile e le lotte femministe, presenta materiale documentario proveniente da ARCHIVIA – Archivi Biblioteche Centri Documentazione delle Donne - e testimonianze di performance e film d’artista di alcune protagoniste di quella stagione fondamentale provenienti da collezioni private, importanti Musei e istituzioni pubbliche (Museo di Roma in Trastevere; Centro Sperimentale di Cinematografia - Cineteca Nazionale; Galleria Civica d'Arte Moderna Torino; MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna; MART – Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto - Archivio Tullia Denza). Per tutta la durata della mostra il percorso è arricchito da nuove opere presentate al pubblico con incontri inseriti nel ciclo L’opera del mese secondo un calendario in corso di programmazione da marzo. Organizzate anche, fra aprile e ottobre 2019, una serie di iniziative culturali nel segno dell’interdisciplinarietà – incontri, letture, performances, presentazioni, proiezioni, serate musicali e a tema – sulle tematiche affrontate dalla mostra. Attraverso il suo sito e i social network, la GAM, dalla primavera 2019, lancia anche il contest #donneGAM tramite il quale il pubblico è invitato a postare fotografie di donne protagoniste della propria storia familiare. Immagini di nonne, madri, sorelle, compagne, ritratte al lavoro, a scuola, in casa o in altri luoghi di vita, di attività e di impegno per documentare le tante storie di donne di ieri e di oggi. Tutte le fotografie saranno trasmesse in mostra, tramite un monitor, in un'area appositamente allestita.

Fino alla fine di febbraio nelle sale della Galleria presente anche un focus sull’opera di Fausto Pirandello grazie al prestito speciale del Museo del Novecento di Milano del dipinto Il remo e la pala (1933), esposto insieme ad altre opere della GAM Galleria d’Arte moderna dello stesso autore.


“Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione”
Nella mostra la rappresentazione femminile attraverso la storia
L’evoluzione dell’immagine femminile,
protagonista della creatività dalla fine dell’Ottocento alla contemporaneità

24 gennaio – 13 ottobre 2019

da martedì a domenica ore 10.00 - 18.30
L’ingresso è consentito fino a mezz’ora prima dell’orario di chiusura


sabato 9 febbraio 2019

Evita Andújar | Andrea Pinchi. Dell'amore, del mito e dei miti personali

Le memorie di Eros Evita Andujar e Andrea Pinchi 2019


C’e stato un tempo in cui osavo sognare che Miriam e io, superati i novanta, saremmo spirati insieme, come Filemone e Bauci. E allora un munifico Zeus, con un lieve tocco del caduceo, ci avrebbe trasformato in due alberi vicini, coi rami che si sfiorano d’inverno, le foglie che si intrecciano a primavera” – Mordecai Richler, La versione di Barney-

Il mito di Amore e Psiche è una delle storie d’amore più belle di sempre. A raccontarla, fu, nel II secolo d.C, lo scrittore latino Apuleio nel suo “Asino d’oro”. Metafora dell’eterna dicotomia tra razionalità e istinto, tra cuore e mente, ha ispirato i più grandi letterati, poeti e artisti. Impossibile non pensare a una delle realizzazioni più sublimi della storia dell’arte: la scultura Amore e Psiche di Antonio Canova. Ed è proprio da qui che si dipana il fil rouge della doppia personale di Evita Andújar ed Andrea Pinchi in mostra dal 12 febbraio al Relais Rione Ponte in collaborazione con Emmeotto Arte. Intervenendo sulla citazione di canoviana memoria, i due artisti reinterpretano, a quattro mani, Amore e Psiche, ognuno con la propria cifra stilistica, una storia e un mito, e li rendono personali.

Andrea ed Evita sono, indubbiamente, diversi, la produzione artistica e l’approccio verso la materia sono diversi, ma c’è un sub-strato importante e fondamentale che li unisce, oltre al rapporto di stima e amicizia reciproca: dietro ad ogni opera ci sono emozioni, persone, vite e…miti personali, e questa è la prima cosa che ti colpisce delle loro opere, anche senza sapere nulla di entrambi, l’empatia è immediata.

Per Andrea, l’utilizzo di diverse tecniche e il riusodi vari materiali (legni estratti da strumenti musicali del passato, tracce di piombo, carte, pelli animali e frammenti di stoffa preservati e conservati durante gli anni in cui restaurava organi) in unione al bagaglio culturale, che con forza, ironia e romanticismo si fa spazio tra citazioni dirette e indirette, che attingono dalla filosofia antica fino al romanzo contemporaneo, - come non citare l’opera “While Barney sees Miriam on his wedding day” del 2016 - danno vita ad una poetica elegante e intensa e trovano, di volta in volta, una nuova storia da vivere e ri-vivere.

Nella sequenza delle opere in mostra, una selezione tra lavori di diverso formato degli ultimi anni ed inediti, tutti gli elementi presenti, astratti e non, vanno a comporre un’architettura geometrica, ma prepotentemente coinvolgente, da cui scaturisce un racconto fluido, ma allo stesso tempo complesso, composto da frammenti di vita, passioni, sofferenze, crisi, cambiamenti e amori. Le forme, i colori netti e contrastanti e la materia sono il mezzo per dare voce all’Amore e alla Psiche, che, in origine, non vuol dire altro che “Anima”. E il cuore, simbolo grafico universale, diventa per Andrea componente ricorrente, nella sua forma stilizzata che si presta ogni volta ad una storia diversa. Nelle opere di Evita, dalla serie Liquidi fino a Stolen Selfie, i protagonisti sono figure umane colte in situazioni intime e private, ma di cui si percepisce una sorta di disorientamento, un’inquietudine dove l’identità e la presenza corporea vacillano in atmosfere dai confini sfumati. La sensazione di vibrazione emotiva si accompagna alle istantanee visive, dove in primo piano c’è uno “scatto” in uno spazio limitato, influenzato dal dinamismo mediatico del nostro tempo. Il soggetto prevale sull’ambiente e ricco di narrativa ci conduce verso quell’intimità che si percepisce quasi come “nostra” e con cui è impossibile non entrare in connessione. La padronanza della gestualità pittorica della luce e del colore, in una danza d’intensità cromatiche, risponde al mondo in continuo cambiamento e allo scorrere veloce delle cose con un effetto di liquefazione dell’immagine. I momenti “instagrammabili” senza dettagli precisi ci riportano a ricordi, storie di vita, attraverso una traduzione di pensieri e un’ investigazione profonda delle anime che vivono e con-vivono nelle opere. La mostra vuole regalare una prospettiva di osservazione e interazione personale, nella dimensione “privata” degli ambienti raccolti e intimi del Relais Rione Ponte, osservando da vicino quale legame umano, d’amore o emozione si nasconde dietro l’essenza di ogni opera di Evita e Andrea, farci vedere il quidnon visibile a primo impatto, attraverso gli elementi materiali e immateriali, il passato e il presente che creano le stratificazioni dell’ esperienza e del sentimento, la vita vissuta e l’arte realizzata, il mito e la storia. Ogni singola opera è una tessera di un mosaico, un momento, un “movimento” che va a comporre una sinfonia. Evita e Andrea sono come due musicisti che duettano, capaci e consapevoli di far interagire la propria personalità artistica e umana con le singole caratteristiche stilistiche. Attraverso le stanze del Relais Rione Ponte, scopriamo le note dell’uno e dell’altra, protagonisti della stessa partitura, ognuno con propri strumenti-sentimenti d’indagine fino a confluire nell’opera realizzata insieme, dove l’Anima- Psiche di Evita si incontra con il “cuore”- Amore di Andrea.

Liquidi 12 o Bugia by Evita Andujar


Evita Andújar nasce a Ècija, Siviglia, in Spagna.
Dopo essersi formata studiando pittura e restauro all’Accademia di Belle Arti di Siviglia ha frequentato diversi corsi di specializzazione di pittura e arte tra i quali il Corso Internazionale di Pittura a Cadice diretto dal pittore spagnolo Antonio López García. Dopo aver terminato anche i corsi di Dottorato, nel 2000 viene in Italia come borsista all’Accademia di Spagna di Roma. Realizza importanti restauri di affreschi in qualità di referente tecnico e restauratrice, come, ad esempio, la Scala Reggia del Vignola a Caprarola. Lo stretto contatto con gli affreschi sarà fondamentale per lo sviluppo posteriore della sua tecnica pittorica. Ha realizzato numerose mostre in Italia, Spagna, Inghilterra, Francia, Slovenia ed Emirati Arabi, esponendo con grandi artisti contemporanei e giovani artisti emergenti. Tra le tante, ricordiamo le mostre realizzate a Palazzo Reale e al Museo della Permanente di Milano, all’Arsenale di Venezia, alla Galleria Regionale di Palazzo Bellomo a Siracusa, ai Musei di San Salvatore in Lauro e alla Camera dei Deputati a Roma. Dal 2000 vive e dipinge a Roma.

When Barney sees Miriam" by Andrea Pinchi


Andrea Pinchi nasce in una famiglia di noti costruttori e restauratori di organi a canne. Giovanissimo diventa designer degli strumenti di suo padre Guido, tra i più significativi dei quali: Duomo di Arezzo, Kusatsu Concert Hall in Giappone, Tempio della Consolazione di Todi ed Aula Liturgica San Pio di Petrelcina in collaborazione con Renzo Piano. Si occupa inoltre del restauro degli organi storici sino al 2014. Inizia a dipingere da bambino con il pittore Nereo Ferraris (1911-1975) compagno della zia, Maria Pia Pinchi, figura fondamentale per la sua formazione culturale ed artistica. Tra il 1989 ed il 1996 è in contatto con Aurelio De Felice (1915-1996) dal quale accoglie il suggerimento ad intraprendere la ricerca del proprio mondo espressivo che lo conduce a quello che Maurizio Coccia definirà nel 2011 il Pincbau, ovvero la costruzione di opere attraverso il riutilizzo dei materiali provenienti da antichi organi musicali o da quelli della propria famiglia, cosa che avviene a partire dal 2005. Dal 2011 ad oggi ha esposto a Bari, Basilea, Bruxelles, Como, Firenze, Foligno, Madrid, Milano, Prato, Roma, Spoleto,Treviso,Verona in collettive e personali. Ha partecipato alla 54 Biennale di Venezia e fatto mostre istituzionali come al Museo di Palazzo Collicola Arti Visive di Spoleto, Palazzo Della Penna di Perugia ed al Complesso Monumentale del Vittoriano a Roma. Le sue opere sono in musei, fondazioni e collezioni private a Bari, Bonn, Basilea, Bruxelles, Dubai, Firenze, Foligno, Liegi, Madrid, Milano, New York, Padova, Roma, Spoleto e Teheran. Vive e lavora a Roma nel suo studio di Piazza Campitelli.




EVITA ANDÚJAR | ANDREA PINCHI
DELL’AMORE, DEL MITO E DEI MITI PERSONALI

Opening 12 febbraio 2019 ore 19
13 febbraio 2019 >7 giugno 2019
In collaborazione con Emmeotto Arte 
Testo critico a cura di Valentina Luzi

Un progetto organizzato in collaborazione con Emmeotto Arte

info@emmeotto.net


SI RINGRAZIA PER LA PARTECIPAZIONE ALL’OPENING
Azienda Vinicola Bonfandini Franciacorta

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@relaisrioneponte @emmeottoarte

RELAIS RIONE PONTE
Via Giuseppe Zanardelli 20, Roma
Visite solo su appuntamento
Tel. 06 93576629
info@relaisrioneponte.com

venerdì 8 febbraio 2019

A DESTRA, SECONDO PIANO


“A destra, secondo piano”: è questa la frase che si sentono rispondere i visitatori di Casa Vuota ogni volta che citofonano all’interno 4A del numero 12 di via Maia a Roma. L’indicazione, utile per non sbagliare scala, è la stessa che si darebbe agli invitati se ci fosse una festa nell’appartamento e per questo “A destra, secondo piano” è anche il titolo scelto per una mostra di Casa Vuota che proprio al tema della festa si ispira, mettendo in dialogo nello spazio espositivo domestico del Quadraro le opere delle artiste Natascia Abbattista (Varese, 1977), Mariantonietta Bagliato (Bari, 1985) e Patrizia Piarulli (Trani, 1977), con la curatela di Santa Nastro. 

La mostra inaugura sabato 16 febbraio alle ore 18:30 e resta aperta fino al 31 marzo, visitabile su appuntamento. Se il tema della mostra è la festa, allora l’inaugurazione non può essere un’inaugurazione qualsiasi, ma sarà un vero e proprio party scandito dai ritmi swing, rock’n’roll e beat italiani degli anni Sessanta del dj set diMisspia, nome da dj con cui è conosciuta Patrizia Piarulli. In occasione dell’inaugurazione inoltre Natascia Abbattista presenta una performance dal titolo “Ciao come stai?”in collaborazione con Loredana Savino, cantante e performer vocale.
La mostra rievoca le memorie che tutti conserviamo delle feste in casa che hanno attraversato la nostra vita: dalle serate danzanti col grammofono che hanno fatto ballare i nonni, ai ritrovi di compleanno dell’infanzia, fino ai primi baci strappati su un divano nell’adolescenza e ai momenti più posati dell’età adulta. Le artiste ripercorrono questi diversi momenti concentrandosi su cosa accade quando la festa finisce. Ciò che prima era gioioso e colorato, rumoroso e affollato si intristisce, impallidisce, diventa silenzioso e vuoto. La malinconia delle tracce e dei resti che si accumulano diventa un’allegoria della vita stessa e sottolinea la precarietà e l’inafferrabilità di ogni istante. La festa finita, di cui cerchiamo a tutti i costi di trattenere uno scintillio sfocato, diventa inoltre la metafora di una “generazione post-party” che vive nell’incertezza e nell’assurdità di un presente sempre più complesso, fra i detriti di una grande sbornia, di un’illusione collettiva.
Concepito appositamente per lo spazio, il progetto espositivo di “A destra, secondo piano” porta le opere a sintonizzarsi sul rumore di fondo costituito dai segni delle storie, delle persone e degli artisti che hanno di volta in volta abitato Casa Vuota, che restano ben impressi sulle pareti.

Natascia Abbattista presenta l’opera “Sad Party / Festa Triste”, composta di cinque immagini fotografiche con interventi materici, autoscatti che raccontano il tema della festa attraverso il volto di un invitato, viso che, tuttavia, appare celato da una maschera triste. L’artista rielabora il tema del travestimento di pirandelliana memoria, portando alla luce il grottesco che nascondiamo nella quotidiana finzione della vita. Il pubblico stesso può interagire con l’opera indossando le maschere protagoniste delle fotografie, che l’artista mette a disposizione all’ingresso.

Mariantonietta Bagliato invade lo spazio con grandi installazioni in stoffa, all’apparenza ludiche ma in realtà caratterizzate da un retrogusto inquietante, invitando gli spettatori a sdraiarsi su una grande “Mano” appoggiata morbidamente al pavimento o a giocare con palloncini che, per le tinte e le decorazioni tristi che li caratterizzano, vedono stemperato il loro potenziale festoso. L’artista presenta inoltre un’installazione in forma di teatrino con il video “The Puppettier”, sequenza filmata di una vera festa di compleanno della sua infanzia che documenta il primo spettacolo di marionette messo in scena dalla madre, marionettista praghese.

Patrizia Piarulli costruisce i suoi interventi su misura per gli spazi della casa, realizzando una serie di oggetti di uso comune e di suppellettili che vanno a colmarne i vuoti e sui quali si registrano le testimonianze delle feste che furono: ricami su tende grandi e piccole (“My father and the American”, “Dancing Cousins”), asciugamani (“Daddy Mercury”), lampade (“Oh, Sablin”), cuscini, superfici ornate da scene di festa, balli e momenti di vita familiare. Un campionario di immagini vintage, di sapore nostalgico, consegna al pubblico l’ideale di un mondo che non c’è più e che sarà possibile ritrovare negli ambienti della mostra.

È l’incomunicabilità, infine, il tema della performance “Ciao come stai?” di Natascia Abbattista e Loredana Savino. Le artiste inscenano un dialogo tra due invitati, che altro non è se non l’accostamento di due monologhi senza possibilità di ascolto e di interazione. L’effetto di nonsense viene accentuato dalla ripetizione delle frasi che, accavallandosi e accumulandosi, vanno a creare un grande frastuono, cancellando definitivamente qualsiasi spiraglio comunicativo.


INFORMAZIONI TECNICHE:
TITOLO DELLA MOSTRA: A DESTRA, SECONDO PIANO
AUTRICI: Natascia Abbattista, Mariantonietta Bagliato, Patrizia Piarulli
A CURA DI: Santa Nastro
LUOGO: Casa Vuota – Roma, via Maia 12, int. 4A
QUANDO: dal 16 febbraio al 31 marzo 2019
ORARI: visitabile su appuntamento
VERNISSAGE: sabato 16 febbraio 2019, ore 18:30
INFORMAZIONI: cell. 392.8918793 | email vuotacasa@gmail.com
INGRESSO GRATUITO


giovedì 7 febbraio 2019

Valdi Spagnulo. Contrappunto


Valdi Spagnulo continua la sua ricerca artistica che dagli esordi degli anni Ottanta è stata caratterizzata fino agli anni Duemila dall’idea di scultura fatta di sola linea. L’opera site-specific Contrappunto mette in relazione i due livelli dello studio museo, ex Chiesa di San Sisto, attraverso il foro a balconata che dal piano terra si affaccia sul piano interrato. La grande scultura di vocazione ambientale è stata realizzata da Valdi Spagnulo nel corso del 2018: da un’estesa piattaforma specchiante si dipartono e si protendono verso l’alto, come arbusti di metallo, lunghe barre sottoposte in cui il fruitore può virtualmente addentrarsi.

In occasione della mostra presentazione del volume antologico Valdi Spagnulo. Contrappunto a cura di Luca Pietro Nicoletti con testi di Claudio Cerritelli, Lorenzo Fiorucci, Sara Fontana, Matteo Galbiati, Kevin Mc Manus e una conversazione con Giorgio Zanchetti.

Valdi Spagnulo. Contrappunto, a cura di Luca Pietro Nicoletti, è la prima esposizione del ciclo Perimetri che continuerà negli spazi dello Studio Museo Francesco Messina nei prossimi mesi.

Valdi Spagnulo nasce a Ceglie Messapica (Brindisi) nel 1961, e trascorre la sua infanzia in Puglia a Grottaglie (TA), località nota per la produzione di ceramica artigianale e artistica, frequentando l’ambiente creativo ed intellettuale dell’area pugliese e non solo, sin da giovanissimo, grazie a suo padre, il pittore Osvaldo Spagnulo. Nel 1973 con la famiglia si trasferisce a Milano aprendosi all'ambito europeo con viaggi in Francia, Germania, Svizzera e iniziando studi artistici dapprima al Liceo di Brera, poi alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano dove si laurea nel 1984. Parallelamente, l’inizio degli anni Ottanta segna il suo esordio come pittore e l’avvio di una fitta attività espositiva fra cui si segnalano le lunghe collaborazioni dapprima con la Galleria delle Ore di Giovanni Fumagalli, poi con Spaziotemporaneo di Patrizia Serra, oltre a numerose altre personali e partecipazioni a collettive presso altri spazi espositivi. Nel 2001 riceve il primo Premio per la Pittura dell’Accademia di San Luca a Roma.

Via San Sisto, 4/a – Milano
Perimetri: Valdi Spagnulo. Contrappunto
a cura di Luca Pietro Nicoletti
16 gennaio – 17 febbraio 2019

Orari di apertura
Da martedì a domenica 10.00 – 18.00 (lunedì chiuso)
Ingresso libero


mercoledì 6 febbraio 2019

Des oiseaux


Che si tratti del canto che annuncia l’arrivo della primavera, dei suggestivi e coreografici passaggi migratori o dell’invidia di una condizione di libertà che ispirò a Paul Valéry la celebre frase “Il faut être léger comme l'oiseau et non comme la plume”, il potente legame che questo animale intrattiene con la natura e con la sua ciclicità si conserva inalterato nel tempo, giungendo fino al cittadino urbanizzato di oggi che durante l’inverno assiste all’arrivo di uccelli in cerca di qualche grado in più rispetto alla rasa e fredda campagna.

Con "Des oiseaux”, mostra che prende il titolo dal nuovo libro del fotografo Pentti Sammallahti (Éditions Xavier Barral, 2018), di cui esponiamo una trentina di scatti, si presenta una preziosa occasione: interrogare gli universi di diversi artisti per scoprire in che modo si sono lasciati ispirare da quello che, declinato in una moltitudine di specie, può essere considerato l’animale allegorico per eccellenza.

Insieme a questa nuova rassegna di fotografie del maestro finlandese (la galleria aveva organizzato una sua personale "Aspettare l'immagine" nel 2008 curata da Silvana Turzio) sono quindi esposti disegni, acquarelli, stampe, fotografie e sculture, tutti a tema ornitologico, di autori storici e contemporanei (Andrea Collesano, Vanni Cuoghi, Giuseppe Gallizioli, Armida Gandini, Quentin Garel, Ernst Moritz Geyger, Pier Luigi Gibelli, Fausto Gilberti, Giorgio Maria Griffa, Frances Lansing, Michael Kenna, Franco Matticchio, Andrea Micheli, Louis Moe, Karl Moser, Richard Müller, Andrea Pedrazzini, Marta Roberti, Felice Tosalli, Velasco Vitali e altri).

Des oiseaux
fino al 17 marzo 2019

Galleria dell'Incisione
Via Bezzecca, 4 - Brescia
Tel. 030-304690