domenica 15 settembre 2019

Fiona Annis - La stanza del tempo

Fiona Annis, Teodolite ripetitore (apparent altitude) della serie La Stanza del Tempo
Osservatorio Astronomico di Capodimonte, Napoli 2019


La galleria per le arti contemporanee Intragallery è lieta di inaugurare la stagione espositiva 2019 / 2020 con la mostra personale La stanza del tempo dell’artista canadese Fiona Annis, venerdì 27 settembre 2019 dalle ore 18.00 alle 21.00. La mostra è accompagnata da un testo critico di Alessandra Troncone.

Fiona Annis, durante il suo precedente periodo di residenza a Napoli, ha lavorato sulla collezione del MuSA - Museo degli Strumenti Astronomici di Capodimonte, una ricca raccolta di strumenti datati dalla metà del XVI secolo fino alla metà del XX che documentano la ricerca astronomica svolta presso l’Osservatorio di Napoli.

“Una raccolta di oggetti, stampe e disegni che accompagnano il visitatore alla scoperta delle più straordinarie intuizioni e invenzioni, mosse dal desiderio di abbracciare l’universo con lo sguardo e di trovare, proprio lì dove lo sguardo si perde, le risposte a ciò che accade nel nostro piccolo quotidiano. Fiona Annis si è avvicinata a questi preziosi dispositivi interrogandosi sul contesto museale, quale luogo di preservazione della storia materiale, e sulla relazione tra il sapere e l’infinito, due concetti in apparente tensione laddove “conoscere”vuol appunto dire definire, circoscrivere, incasellare e misurare, dotandosi dei giusti strumenti. Un’ambizione profondamente umana che si traduce in parametri di convenzione, a partire dalla scansione del tempo. Ed è proprio La stanza del tempo il titolo della mostra di Annis presso Intragallery, in riferimento a quella stanza speciale presente in passato in molti osservatori astronomici, dove gli orologi sono accuratamente calibrati per mantenere il tempo e conservarne uno standard condivisibile. Ricorrendo ad un uso inaspettato - e per certi versi improprio - della fotografia, Fiona Annis ha sottoposto gli oggetti della collezione museale, quali telescopi celestiali, cannocchiali, globi, specchi, pendoli, a un rovesciamento di prospettiva, trasformandoli da strumenti di ricerca in oggetti di studio. Lo ha fatto puntando l’obiettivo su di loro, per ottenerne un’immagine. Ma ha impostato la messa a fuoco scegliendo l’opzione “infinito”,con il risultato di perdere completamente i contorni dell’immagine, cercando il fuoco lontano, ben al di là degli oggetti stessi, e quindi in un luogo non visibile. Proiettando idealmente questi stessi oggetti nelle galassie di cui loro dovrebbero restituirci la visione. 
“Eludendo una rappresentazione oggettiva in favore di un'identificazione empatica”,afferma l’artista. Il risultato è un’immagine incerta alla quale non siamo più abituati nell’era dell’alta definizione, ma che proprio per la sua inconsistenza allude ai mondi ancora da scoprire, quelli che ancora non scorgiamo con nitidezza ma di cui già percepiamo la presenza. In questo processo, l’arte si prende quelle libertà che alla scienza non sono concesse per suggerire ed evocare una materia impalpabile, che ancora non è stata misurata e classificata, sciogliendosi da immagine in immaginazione. Rispecchiando la disposizione di questi oggetti nelle sale museali, nella mostra da Intragallery le stampe sono intervallate da citazioni di scrittori, poeti, filosofi, scienziati che costruiscono una trama di pensieri sui temi dell’infinito, della conoscenza e dell’ignoto, allargando il campo ad altre discipline. Infine, nell’ultimo spazio della galleria, una linea d’oro lunga precisamente 29,9.792.458 cm corre sul muro. La sua estensione misura la distanza che la luce percorre in un miliardesimo di secondo, da cui il titolo Un Miliardesimo di Secondo luce. Con quest’opera, Fiona Annis torna sulla necessità di dare una consistenza visibile a ciò che non lo è: la velocità della luce a dispetto di una linea visibile che ne raffigura la distanza percorsa. Nella semplicità di un orizzonte continuo, due punti ideali si ricongiungono in maniera apparentemente statica, lasciando tuttavia intuire l’impercettibile e sfuggente movimento del tempo.” (cit. Alessandra Troncone). 

Fiona Annis (Glasgow, 1983 - vive a lavora a Montréal) 
Una tendenza costante al centro della pratica dell’artista canadese è l’esplorazione di materiali, di immagini dal passato e di tecnologie già esistenti, alla ricerca di nuovi significati. Il suo è un percorso artistico che evoca sia l’eredità del passato che la promessa di un futuro. Fiona Annis mette in atto un’azione di recupero, o meglio, di riformulazione di un materiale culturale in pericolo di estinzione o relegato ai margini della conoscenza collettiva. Attualmente sta lavorando ad un progetto di ricerca-creazione all’osservatorio Astronomico di Capodimonte che affronta il rapporto strano e misterioso che la fotografia intrattiene con il passato. Fiona Annis ha esposto in centri d’arte, gallerie e musei nazionali ed internazionali. Collabora costantemente con la Società di archivi affettivi.



LA STANZA DEL TEMPO
Fiona Annis
Testo critico di Alessandra Troncone

OPENING venerdì 27 settembre 2019 dalle 18.00 alle 21.00
27 settembre / 6 novembre 2019

Via Cavallerizza a Chiaia, 57
80121 Napoli

pubblica:

REF - Roma Europa Festival 2019

A Roma la 34° edizione del Romaeuropa Festival, dal 17 settembre al 24 novembre 2019, ospitata in 20 spazi della Capitale che accoglieranno 377 artisti e 126 eventi suddivisi fra teatro, danza, arti digitali e kids.



Uno spettro si aggira per il pianeta: l’urgenza espressiva. La memoria, il patrimonio storico e culturale sono le fondamenta su cui poggia l’osservatorio del mondo contemporaneo. Ma da questa solida piattaforma lo sguardo degli artisti spazia ben oltre l’orizzonte dell’attualità. Ecco quindi che la 34esima edizione del Romaeuropa Festival viaggia tra riti ancestrali e cultura urbana, tra radici spezzate e migrazioni forzose, tra realismo globale e intelligenza artificiale, per sviluppare una affascinante lettura critica del nostro tempo. 
Dal 17 settembre al 24 novembre 377 artisti provenienti da 27 paesi sono protagonisti dei 126 eventi in scena in 20 spazi della capitale tra danza, teatro, musica, arti digitali e kids. Un paesaggio da scoprire e da attraversare, come suggerito dalla presidente della Fondazione Romaeuropa, Monique Veaute, e come voluto ed elaborato dal direttore generale e artistico, Fabrizio Grifasi: il “landscape” del REF19 è una geografia del nostro mondo di oggi tra virtualità e realtà, oniriche proiezioni di futuri possibili e affondi nell’ambiguità del nostro quotidiano.

OPENING REF19 || LIA RODRIGUES
Il 17 settembre, l’inaugurazione del Romaeuropa Festival 2019 conduce nel Brasile energico, selvaggio e tagliente della coreografa Lia Rodrigues, per la prima volta al REF con il suo Furia: la danza contemporanea e l’energia delle musiche rituale della Nuova Caledonia caratterizzano una pièce forsennata e a tratti orgiastica, un rituale per il nostro presente esperito da nove danzatori. A partire da qui la bussola del REF19 si orienta verso le stelle polari della creazione artistica internazionale lasciando scoprire contemporaneamente una costellazione di nuove proposte.

LA DANZA. PAESAGGI IN MOVIMENTO 
Se dal Brasile arriva per la prima volta anche Bruno Beltrao con il suo Grupo De Rua, tornano dall’olimpo della coreografia internazionale il celebre coreografo anglo-bengalese Akram Khan (imperdibile il suo addio alle scene nelle vesti di danzatore e performer), il maestro William Forsythe e il visionario Aurelien Bory con un nuovo ritratto dedicato alla danzatrice indiana Shantala Shivalingappa. Gli eventi coreografati da Merce Cunningham sono riallestiti dalla sua ex ballerina Jeannie Steele per il corpo di ballo della compagnia Rambert, con le musiche live di Philip Selway (Radiohead) e con i dipinti di Gerard Richter. Lo spagnolo Jesús Rubio Gamo trasforma il Bolero di Ravel in un inno alla danza e al movimento; la compagnia ungherese Forte racconta la morte di Borromini all’interno di Palazzo Falconieri – Accademia d’Ungheria; mentre Dancing Days, la sezione dedicata alla danza europea a cura di Francesca Manica, vede protagonisti: Arno Schuitemaker (Olanda), Chiara Taviani ed Henrique Furtado Viera (Italia-Portogallo), Hamdi Dridi (Tunisia), Elena Sgarbossa (Italia), Andrea Dionisio (Italia), la compagnia Kor’sia (Spagna) e i Leoni d’Argento alla danza 2019 Théo Mercier e Steven Michel (Francia) oltre ad una selezione di artisti dal network Aerowaves.

IL TEATRO. PAESAGGI DEL PRESENTE 
Costruiscono riflessioni complesse e articolate sul nostro presente alcuni dei registi più acclamati della scena contemporanea: lo svizzero Milo Rau ambienta l’Orestea di Eschilo a Mosul, nel contesto della guerra contro l’IS; il tedesco Thomas Ostermeier insieme a Sonia Bergamasco porta in scena Ritorno a Reims del sociologo francese Didier Eribon; Ascanio Celestini esplora il mondo delle barzellette tra luoghi comuni e autoironia; Saverio la Ruina ricostruisce il rapporto tra un italiano e un musulmano nell’Abruzzo dei terremotati, mentre il giovane talento Julien Gosselin si cimenta nel testo Falce e Martello di Don Delillo.
Per la prima volta al festival il francese Cyril Teste porta in scena l’attrice icona Isabelle Adjani per rileggere un culto della cinematografia mondiale: Opening Night (La notte della prima) di Cassavetes. Contropartita di questo viaggio nella mente di un’attrice è il testo autobiografico e introspettivo di Jan Fabre The Night Writer. Giornale Notturno realizzato appositamente per l’attore italiano Lino Musella. Visionarietà e movimento sono alla base del mago della scena teatrale James Thierrée tra i più grandi innovatori della scena circense ma anche di tre pionieri della sperimentazione teatrale italiana come Giorgio Barberio Corsetti, Alessandra Vanzi, e Marco Solari riuniti sotto il nome della loro storica compagnia Gaia Scienza per riallestire con un nuovo cast La rivolta degli oggetti. Ponte tra generazioni, la sezione Anni Luce, presentata al Mattatoio di Testaccio e curata da Maura Teofili, infine, conduce nel mondo di Liv Ferracchiati, Dante Antonelli, Industria Indipendente e de La ballata dei Lenna.

DIGITALIVE. PAESAGGI VIRTUALI 
Alle sottoculture digitali e alle tribù del virtuale è dedicata la sezione Digitalive a cura di Federica Patti: una quattro-giorni di programmazione negli spazi del Mattatoio oltre ogni categoria disciplinare o classificazione di genere, in un dialogo tra ricerca tecnologica, intelligenza artificiale e performance che vede protagonisti Marco Donnarumma e Margherita Pevere, Jacopo Battaglia, Luca T.Mai, Massimo Pupillo e Lorenzo Stecconi di ZU, Mara Oscar Cassiani, Ultravioletto, Enrico Malatesta, Maria Di Stefano, Franz Rosati, Sandra Mason, i progetti in collaborazione con il premio Re:Humanism e l’Accademia RUFA, e infine due guest star come il performer e coreografo giapponese Hiroaki Umeda e la promessa dell’elettronica internazionale Nicolas Jaar impegnato in una “durational performance” al fianco della danzatrice messicana Stephanie Janaina.


LA MUSICA. PAESAGGI SONORI 
Sonorità contemporanee, elettroniche, rock, jazz o pop post-world, attraversano tutto il REf19 descrivendo una geografia di scambi e contaminazioni. Le celebri pianiste Katia e Marielle Labèque insieme a Bryce Dessner dei The National propongono un programma di musiche commissionate ai più grandi compositori contemporanei (tra cui Thom Yorke) per costruire un ponte tra il minimalismo musicale e il rock; mentre Vanessa Wagner e Murcof reinterpretano alcune delle pagine musicali più importanti del Novecento. Ancora protagonisti della composizione contemporanea sono Lubomyr Melnyk e Craig Leon, Cornelius Cardew interpretato da Fabrizio Ottaviucci, Elzbieta Sikora e Audior, Lucia Ronchetti, Andrea Liberovici, Helga David con lo Shallfeld Ensemble e il Parco della Musica Contemporanea Ensemble diretto da Tonino Battista e impegnato in due ritratti dedicati a Ivan Fedele e Louis Adriessen. Per Diaspora, un nuovo ciclo di doppi concerti, sono protagonisti alcuni degli artisti emergenti affermatisi in Europa ma costretti a lasciare il loro paese d’origine: le sudanesi Alsarah and the Nubatones e il burundese J.P Bimeni & The Black Belts, il camerunense Blick Bassy e la capoverdiana Mayra Andrade, l’egiziano Abdullah Miniawy al fianco del jazzista Erik Truffaz nel progetto Le cri du Caire; e i libanesi Rayess Bek, Mehdi Haddab e Randa Mirza che con il loro Love & Revenge costruiscono un inno alle icone dell’epoca d’oro del cinema e della musica egiziana.
Teatro musicale infine con la compagnia Bartolini/Baronio e con l’artista visivo fiammingo Hans Op De Beeck, impegnato nella costruzione di uno spettacolo in cui la visionarietà delle immagini si sposa alle musiche eseguite dal quartetto di sax BL!NDMAN ENSEMBLE diretto da Eric Sleichim.

EXHIBIT. ARTI VISIVE 
Hans Op De Beeck è presente anche nella sezione del REf19 dedicata alle arti visive, coordinata da Monique Veaute e suddivisa tra gli spazi del Mattatoio, la Sala Santa Rita di Roma e Palazzo Merulana. Tre le opere site specific presentate dall’artista africano Pascale Marthine Tayou: Arbre de vie, Open Wall e Work in Progress un grande murale realizzato a Piazza Orazio Giustiniani. Curata da Achille Bonito Oliva e Melania Rossi e realizzata in collaborazione con Fondazione Cerasi e Coopcultura, la mostra The Rythm of the brain ospita opere inedite di Jan Fabre, video di alcune sue celebri performance, e opere realizzate ad hoc in dialogo con la collezione della scuola romana di Palazzo Merulana. Opere luminose e digitali sono, infine, quelle pensate dagli artisti Gyula Várnai e Quiet Ensemble sulle linee architettoniche della Sala Santa Rita di Roma.

IL GRAN FINALE 
Ancora musica con il Gran Finale del Romaeuropa Festival 2019 realizzato in collaborazione con la Fondazione Musica per Roma. Il 24 novembre tutte le sale dell’Auditorium Parco della Musica saranno coinvolte in una serata di concerti, una line-up d’eccezione composta dall’atteso ritorno di Ryuichi Sakamoto al fianco di Alva Noto per presentare il loro Two, Christian Fennesz impegnato al fianco dei visuals di Lillevan nella presentazione del suo ultimo disco Agorà, il pianista e compositore Chassol con il suo Ludi e l’attrice e cantante, “statuaria, superba, elegante” Fatoumata Diawara.

KIDS+FAMILY 
Vero e proprio festival nel festival, curato da Stefania Lo Giudice, Kids + Family trasforma il Mattatoio in uno spazio interamente dedicato ai bambini e alle loro famiglie costruendo una programmazione parallela di danza, musica, teatro e arti visive, talk, laboratori e attività ludiche gratuite. Inaugurata da Riccardo Nova e Giacomo Costantini e da una grande parata nel quartiere di Testaccio curata dalla compagnia francese Les Grandes Personnes la sezione si articola tra gli spettacoli di teatro di Fanny & Alexander e Teatro delle Apparizioni, il teatro di figura del Lutkovno Gledalisce Ljbljana (Teatro delle marionette di LJbljana), la danza di De Stilte, gli spettacoli di circo di Giorgio Bertolotti con Pieter Forman e di Bigup Circo, gli spettacoli musicali di Zonzo Compagnie e Oorkaan con Percossa, le installazioni di Officine K e Katriem oltre ai laboratori di Ottimomassimo - Librerie per Ragazzi, Orecchio Acerbo Editore/Else, Progetto Graf/Maria Carmela Milano, Edizioni Libri Serigrafici e Rai Porte Aperte.

COMMUNITY || PREMI – FORMAZIONE - TALK
Completano il REf19 le attività di community, la sezione dedicata ai premi e all’attività laboratoriali e di incontro con il pubblico. Sono i premi Digital Award e DNAappunti coreografici e Sound Of Silences; gli spettacoli presentati dai vincitori di Opera 4.0 (call del Macerata Opera Festival) e di Vivo d’Arte (Bando del Ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale), le attività di formazione e per il pubblico realizzate con l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, Casa Dello Spettatore, Maxxi – Museo Nazionale delle arti del XXI Secolo, Accademia di Belle Arti di Roma e Accademia Nazionale di Danza, l’azione performativa pensata da Enzo Cosimi, gli incontri con il pubblico di Post-it realizzati con Rai Radio 3 e gli incontri di approfondimento con artisti e studiosi in collaborazione con le università di Roma La Sapienza e Roma3.

UNA MAPPA GEOGRAFICA || RINGRAZIAMENTI
Fondamentale per la realizzazione del Festival il sostegno della Direzione Generale Spettacolo del MiBAC – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, di Roma Capitale e della Regione Lazio, il contributo di Flanders State of Arts e il prezioso supporto di RAI.
Il REf19 è prodotto dalla Fondazione Romaeuropa in corealizzazione con la Fondazione Musica per Roma, il Teatro di Roma, l’Azienda Speciale Palaexpo - il Mattatoio, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, in collaborazione con Palazzo Merulana, Fondazione Elena e Claudio Cerasi, Coopculture, Galleria Continua, Galleria Magazzino. Sostiene il festival una preziosa rete pubblico/privata, italiana ed europea di cui fanno parte, il British Council, il Goethe-Institut la Fondazione Nuovi Mecenati, l’Institut Français e La Francia in Scena, l’Istituto Polacco a Roma, l’istituto Belassi dell’Accademia di Ungheria in Roma, il dutch performing arts, l’Officina Culturale de l’Ambasciata di Spagna, Istituto Cervantes, l’Istituto di Cultura Giapponese oltre alla rete Aerowaves – Dance Across Europe cofinanziata nell’ambito del programma Europa Creativa.

REf19 è patrocinato da numerose ambasciate internazionali: l’Ambasciata del Brasile, del Messico, Britannica, d’Olanda, di Spagna, della Repubblica di Slovenia, di Francia, di Tunisia, della Repubblica Federale di Germania, d’Ungheria e del Giappone; ed è realizzato in network con Carrozzerie | n.o.t, Villa Medici – Accademia di Francia, MAXXI – Museo Nazionale delle arti del xxi secolo, Nuova Consonanza, TorinoDanza, Festival Aperto, la Farnesina – Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale per il premio Vivo d’Arte, Macerata Opera Festival per il premio Opera 4.0 e per DNAppunti coreografici, Cango, Casa della Danza – Bassano del Grappa, L’Arboreto - Teatro dimora di Mondaino, Gender Bender, Triennale teatro dell’arte.

Fonte: ROMA\ aise

REF 2019: programma completo

venerdì 6 settembre 2019

Luisa Elia - Souvenir

Luisa Elia, senza grazie A - 2017 tecn. mista con sabbia e pomice 28x28x24 cm 
foto Carlo Bevilacqua

Dal 27 settembre all’11 novembre 2019, presso lo Spazio PAePA di Milano, diretto da Giuliano e Nunzia Papalini, va in scena una personale della scultrice Luisa Elia. Un progetto espositivo curato da Arianna Baldoni che ripercorre l’ormai quarantennale lavoro di ricerca dell’artista. La mostra offre una visione affascinante del suo universo poetico creato da costruzioni nel vuoto, in sabbia e pomice o terra di campagna, appartenenti ai suoi cicli Souvenir senza grazie eIn fieri. Il processo che porta alla creazione di queste astrazioni geometriche ed enigmatiche, secondo la definizione della stessa artista, è l’elemento fondativo di tutta la sua poetica. Le altre sculture, che fanno parte della mostra, ingommaepigmenti, hanno origine da un procedimento che Luisa Elia definisce alchemico. In Passidi/versi, 7 Gomme aggregate, e nel trittico inbronzo,duesueliriche composte a fine anni Ottanta, si integrano con le opere. 

La ricerca della scultrice, che analizza prevalentemente il vuoto e lo spazio, traendo sempre spunto da un mondo in cui idee e cultura interagiscono indissolubilmente, si è avvalsa della collaborazione di Musei, come la Gallery Tom di Tokyo, e di critici, poeti e artisti, tra i quali: Achille Bonito Oliva, Pierre Restany, Dario Bellezza, Luciano Fabro.

Arianna Baldoni, nella sua intervista all’artista, pubblicata sul catalogo che accompagna la mostra, relaziona alcune sue opere come la serie di Gomme 2009 alle ricerche degli anni Sessanta e Settanta di figure come Eva Hesse, Lynda Benglis, Louise Bourgeois, Lee Bontecou,nelle quali sono predominati temi come l’intimità, il dolore, la sessualità, toccando anche argomentazioni socio-politiche tra cui la condizione femminile. 


Luisa Elia, nata a Lecce nel 1960, vive a Milano dal 1987. Ha conseguito studi umanistici e si è laureata in Lettere Moderne e Storia dell'Arte. Dal 1973 al 1980 ha iniziato a creare le sue prime sculture presso lo studio di uno statuario leccese, e a coltivare la sua passione per l'arte e la poesia. Ha frequentato poeti, artisti, critici d'arte, tra i quali: Dario Bellezza, Carmelo Bene, Bruno Brancher, Carmen Gregotti, Luciano Fabro, Hidetoshi Nagasawa, Pierre Restany, Achille Bonito Oliva, e partecipato a numerose mostre nazionali e internazionali, tra le quali: Il Festival dei due Mondi a Spoleto (1991), con direzione artistica di Achille Bonito Oliva; Art & Tabac, Museo del tabacco a Vienna/Amsterdam (1995) Bruxelles, Tel Aviv (2016), con direzione artistica di Pierre Restany; The bride to peace,Pippa Bacca, a cura della Fondazione Piero Manzoni, Istanbul (2008); Biennaledi Venezia(2011), a cura di Gaspare Luigi Marcone; L'altrametà della scultura, Museo Francesco Messina, a cura di Maria Fratelli, testo di Leonardo Merlini, Milano (2016); Inprincipioèlaterra, Forte di Gavi-Libarna, a cura di Matteo Galbiati e Kevin McManus (2016).  Tra le sue personali si segnalano: Mundi Identitas Castello Carlo V Lecce, a cura dell'associazione culturale Salvatore Calabrese (2017); Luisa Elia:cielo e terra madre, Sculture di sale e di terra, Villa Cernigliaro, Sordevolo, a cura di Nicoletta Pallini (2015); Seasons, Galleria Raffaella De Chirico, Torino (2015); Nuove sculture, Il triangolo nero, a cura di Gianni Baretta, Alessandria (2011); Alfabeta gomma delta, Spazio temporaneo, a cura di Claudio Cerritelli, Milano (2010); SpaziParalleli:Elia/ Fonticoli, Spazio temporaneo, a cura di Angela Madesani, Milano (2008); Luisa Elia, Gallery Saoh, a cura di Harue Murayama, Tokyo (2006); La Casa, Gallery Tom Museum, a cura di Harue Murayama, Tokyo (1996); LuisaEliaOpere, a cura di Il derosa Laudisa , testi di Dario Bellezza, Luisa Elia, Il derosa Laudisa, Pierre Restany, Castello Carlo V Lecce (1996); Opere Novae, a cura di James Rivière, MicroBrera Gallery Milano (1994); TascabiliElia, Castello di Belgioioso, a cura di Guido Spaini, testo di Dario Bellezza (1992); Puzzling room, D’Ars Milano (1984). 

La mostra è accompagnata da una pubblicazione con una intervista all’artista della curatrice (edizioni Quaderni PAePA).

Luisa Elia Geometrie profetiche 2019 
gomma e pigmenti -13x13x13cm; 10x10x8cm; 9x10x9cm - foto Carlo Bevilacqua

Luisa Elia - Souvenir
a cura di Arianna Baldoni

Spazio PAePA - Via Alberto Mario 26/b Milano
27 settembre - 11 novembre 2019

Opening 27 settembre - ore 18.30

Spazio PAePA
Via Alberto Mario 26/b
Telefono 348 2314811 - 0039 02 39401170
Orari apertura: lun. - ven. 10,00 / 12,30 - 15,30 / 19,00 - sabato su appuntamento

BANKERI - Nothing but Flowers

Relais Rione Ponte, in collaborazione con la galleria Emmeotto Arte, inaugura la stagione espositiva 2019/2020 con il nuovo allestimento degli spazi che andranno a dividersi tra suites e camere, le quali ospiteranno opere degli artisti delle mostre precedenti e della collezione permanente del Relais (tra cui Barbara Salvucci, Renzo Bellanca, keziat, Cristiano Carotti, Desiderio, Andreas Sonorer e Romina Bassu) per confermare la continuità del progetto artistico portato avanti negli ultimi anni, e gli ambienti comuni che vedranno alternarsi le mostre temporanee.

Protagonista della nuova (di)visione spaziale è l’artista Bankeri con la mostra personale Nothing but Flowers che inaugura mercoledì 18 settembre 2019 alle ore 19.00. 

Come si evince, una mostra che parla di fiori, se pur con un certo approccio ironico, fin dal titolo. In esposizione opere di nuova produzione realizzate da Bankeri per la mostra e un’incursione dal passato, in cui già era presente la tematica in oggetto. Il paradigma comune è caratterizzato dalla trattazione delle forme e dalla padronanza della materia portate ad un livello di maturità e padronanza tali da permettere all’artista di divertirsi articolandosi tra carte e tele, colori dai toni più diversi fino al fluo, la serigrafia e la sovrapposizione a più livelli di elementi fisici e mentali, in una contaminazione continua.

I fiori sono stati tra i protagonisti indiscussi della storia dell’arte, a volte considerati genere di serie B, in quanto natura morta, altre analizzati solo con intento enciclopedico-scientifico o decorativo, ma una cosa è certa, le loro diversità formali e colori sono stati uno dei terreni privilegiati di sperimentazione dei più grandi artisti e a livello concettuale hanno rappresentato sempre il sinonimo della caducità dell’esistenza, il farsi e disfarsi della Natura, l’eterna dicotomia tra inizio e fine, la precarietà della condizione umana…un ruolo non facile! Infatti, se da una parte i fiori sono portatori di vita, dello sbocciare del nuovo, dall’altra sono destinati alla decomposizione, a rappresentare la conclusione, come è ovvio in ogni ciclo dell’esistenza. Il fiore, forte nella sua piena bellezza è un tassello temporale momentaneo, il passaggio metaforico nella realtà, come transitorio e destinato a breve tempo è il soggiorno degli ospiti nel Relais, viaggiatori tra una tappa e l’altra, tra l’arrivare e il ripartire…come poi è la vita di tutti gli esseri viventi, e cosa fa l’arte, dunque, per congelare il trascorrere del tempo? Per rendere concreta l’illusione della bellezza destinata a perdersi? Rende eterno un momento, ferma l’immagine di un soggetto e ce ne regala la fruizione per sempre. E questo significato contradittorio è veicolato da nient’altro che fiori, qualcosa di apparentemente semplice, fragile ma dall’essenza universale. L’impatto estetico delle opere di Bankeri, vibratile e coinvolgente, rende tutto questo processo leggero e inebriante, assolutamente contemporaneo e accattivante. Nonostante la complessità tecnica e la presenza del colore in primo piano, nessun elemento risulta pesante o ridondante. Questo piccolo giardino privato, che si dipana, tra gli ambienti del Relais, diventa il locus amoenus dei nostri giorni, un posto dove vivere il tempo dell’esperienza artistica, coinvolti da quell’approccio sinestetico che solo le opere di Bankeri riescono a dare e ti viene voglia di portare via un po’ di quella sensazione e continuare a coltivarla da un’altra parte, nel proprio spazio, nel proprio passaggio.

Il Relais Rione Ponte si pone da sempre come mission la condivisione tra ospitalità e arte contemporanea in una dimensione immersiva – e quale simbolo rappresenta al meglio il concetto di ospitalità, se non il fiore? - pertanto la mostra è l’opportunità e il pretesto per creare quell’interazione visiva ed emotiva tra opere esposte e ospiti che trascorreranno, all’interno degli spazi allestiti, il tempo della loro permanenza tra…Nothing but Flowers. 

Bankeri (Francesco Bancheri) vive e lavora a Roma. Dopo la maturità artistica al I° liceo artistico di via Ripetta si diploma all’ Accademia di Belle Arti di Roma in scenografia nel 2001, approfondisce il suo interesse per la fotografia e opera anche come scenografo in differenti settori; in teatro, in particolare, nel 2005 firma le scene per l’edizione italiana dello spettacolo “Concha Bonita” con le musiche del premio Oscar Nicola Piovani. Gran parte della sua ricerca si concentra sulla trasformazione del messaggio visivo indotto, specialmente quello mediatico. Giornali ridotti in ritagli sono riportati alla loro realtà di segni, trame e colori per essere usati come medium pittorico attraverso la tecnica del collage. Bankeri frammenta, taglia, incolla, strappa trasformando la carta dei quotidiani, manifesti etc. in qualcosa di immaginifico, di “diverso”, nel quale ogni riferimento al messaggio “forzato” sparisce.  Tra le esperienze del 2019, l’allestimento della Black Room del Macroasilo di Roma con il progetto DreamOn/DreamOff; la partecipazione alle collettive “Il labirinto dello sguardo” alla Galleria Palazzo Nicolaci di Noto (Sr), “Introspective Window” alla Galleria Emmeotto di Roma, “Microcosmo”al Museo di Palazzo Doria Pamphilj a Valmontone (Rm); la residenza al Macroasilo di Giorgio de Finis nel dicembre 2018 al Museo Macro di Roma; la presenza nel 2017 nella collezione del BoCs Art Museum di Cosenza a cura di Alberto Dambruoso in seguito a un progetto di residenza; nel 2016 prende parte al progetto “Mezzagalera” a cura di Giorgio de Finis, un progetto di residenza artistica nell’ex carcere mandamentale di Montefiascone (VT) Mezzagalera artisti residenza; nel 2015 partecipa a “INSIEME”, l’opera realizzata dagli artisti del Maam a Cittadellarte – Fondazione Pistoletto a Biella; per il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz produce nel 2014 una serie di collage a parete di grande formato. I suoi lavori figurano nella collezione permanente del DIF il museo diffuso di Formello, che ha ospitato anche la mostra personale dell’artista “Panem et Circenses” nel giugno 2016. 

BANKERI
Nothing but Flowers
A cura di Valentina Luzi | Emmeotto Arte

Opening 18 settembre 2019 ore 19
19 settembre 2019 > 31 gennaio 2020

Un progetto organizzato in collaborazione con Emmeotto Arte

info@emmeotto.net


SI RINGRAZIA PER LA PARTECIPAZIONE ALL’OPENING
Azienda Vinicola Bonfandini Franciacorta


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Relais Rione Ponte Emmeotto Arte

RELAIS RIONE PONTE
Via Giuseppe Zanardelli 20, Roma
Visite solo su appuntamento
Tel. 06 93576629
info@relaisrioneponte.com

giovedì 5 settembre 2019

Damiano Azzizia. Polvere


Un’ode al tempo che trascorre dentro stanze spoglie, dove gli oggetti se ne stanno sospesi in un’attesa piena di mistero e sono testimoni muti del passaggio delle ore e dei giorni. È uno scenario rarefatto quello evocato dalla mostra “Polvere”, la prima personale del ventiseienne Damiano Azzizia, che Casa Vuota ospitanegli spazi di via Maia 12 a Roma. A cura di Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo, la mostra si inaugura venerdì 13 settembre 2019 alle ore 18:30 ed è visitabile fino al 13 ottobre su appuntamento.

“Quello di ‘Polvere’ – scrivono Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo – è un universo in cui è avvenuta una grande fuga. Una migrazione improvvisa ha costretto gli abitanti a lasciare le loro case intatte, senza poter portare con sè niente. Damiano Azzizia è un osservatore delicato dei ritmi dilatati del silenzio e dell’abbandono. Dipinge scene di interni di piccolissimi formati, a volte raggruppate in sequenze di vago sapore cinematografico, che eleggono a loro protagonisti porzioni di oggetti, lacerti di muri, prospettive vuote. Più che lo spazio in se stesso, a interessare l’artista è il tempo e precisamente una sospensione temporale. I visitatori sono invitati a focalizzare la loro attenzione su alcuni elementi del paesaggio domestico che restano apparentemente immutati. Piccole isole di una quotidianità presente eppure remota sfidano la consunzione nell’esercizio di un’attesa perenne, gravida di storie. La misura di questa intimità, che coinvolge direttamente gli osservatori per la sua dimestichezza, è la polvere che si accumula. Come una specie di dichiarazione di appartenenza, se è vero che orazianamente ‘siamo polvere e ombra’”.

“Una costante del lavoro dell’artista – proseguono i curatori – è l’osservazione di ambienti intimi e consueti, domestici come déjà vu,caratterizzata dall’unione di un convincente realismo della descrizionecon un senso lirico accentuato dai peculiari tagli di inquadratura scelti e dalla totale assenza della figura umana. Non c’è enfasi nelle stanze della solitudine e dell’abbandono. Un’impressione generale di precarietà è accentuata dall’impiego da parte di Azzizia diritagli di cartone da imballaggio come supporto per i suoi dipinti. I bordi delle opere sono incerti, lacerati, sfaldati, in cerca di ricomposizioni e contrastano con la pulizia del dettato pittorico e con le sue cromie prive di eccessi”.

Per un’intima vocazione degli ambienti che la ospitano e della loro storia, la ricerca curatoriale di Casa Vuota predilige percorsi artistici che abbraccino una dimensione narrativa, capace di popolare di storie, miraggi, proiezioni e ricordi gli ambienti dismessi dell’appartamento del Quadraro. In questo senso, la ricerca di Damiano Azzizia si intona naturalmente con il sentimento profondo della casa. A una selezione di dipinti recenti, in mostra si affiancano dei lavori concepiti appositamente per lo spazio. Da una parte è Casa Vuota stessa a entrare nelle opere di Azzizia e dall’altra sono i dipinti a ricercare un dialogo con i segni e le cicatrici della vita consumata all’interno delle stanze.

Damiano Azzizia (1993) nasce a Martina Franca (TA) e studia pittura all’Accademia di Belle Arti di Bari. Tra le mostre collettive recenti in cui ha presentato i suoi lavori si segnalano nel 2019 “The Night Watch” al Muzeul de Arta di Cluj-Napoca in Romania, “Exibhition” presso la UBB Galeria Paoul Sima nella medesima città e “Trullo 227_Relazioni” a Martina Franca a cura di Graziella Melania Geraci. Nel 2018 partecipa alle collettive “Accademia In e Out” al MAAC Museo Archeologico Arte Contemporanea di Cisternino (BR) e “Ovunque” alla Sala dei Templari di Molfetta (BA) e nel 2017 “Non contate sul mio passaggio” presso l’Ex Manifattura Tabacchi di Città Sant’Angelo, in provincia di Pescara. Nel 2017 ha vinto il Premio Nocivelli di Brescia nella sezione di pittura.“Polvere” a Casa Vuota a Roma è la sua prima mostra personale.


INFORMAZIONI TECNICHE:
TITOLO DELLA MOSTRA: POLVERE
AUTORE: Damiano Azzizia
A CURA DI: Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo
LUOGO: Casa Vuota – Roma, via Maia 12, int. 4A
QUANDO: dal 13 settembre al 13 ottobre 2019
ORARI: visitabile su appuntamento
VERNISSAGE: venerdì 13 settembre 2019, ore 18:30
INFORMAZIONI: cell. 392.8918793 | email vuotacasa@gmail.com| INGRESSO GRATUITO


Giuseppina Giordano - Please, Teach Me the Language of a Rose


Please, Teach Me the Language of a Rose, installazione site-specific creata da Giuseppina Giordano (Mazara del Vallo, novembre 1987) per la David S. and Susan R. Goode Gallery, verrà ospitata presso il museo statunitense Taubman Museum of Art in Virginia dal 6 settembre 2019 al 9 febbraio 2019.

Conosciuta per l’elegante poetica della sua arte e l’impegno sociale del suo lavoro, la personale di Giuseppina Giordano Please, Teach Me the Language of a Rose, è composta da quattro diversi lavori in dialogo tra loro per generare una dimensione immersiva e sensoriale che unisce agli aspetti materiali dell’opera artistica quelli più effimeri, combinando riferimenti testuali allo stimolo dell’uso dei sensi. Protagonista della mostra è la rosa, definita “regina dei fiori” dalla poetessa Saffo, per la ricca storia di significati simbolici. Il riferimento letterario dell’artista è però bene più vicino e si rifà alla poetica di Giorgio Caproni, la cui ricerca era mirata alla rappresentazione dell’illusorietà del linguaggio: “Buttate pure via ogni opera in versi o in prosa / nessuno è stato in grado di dire / cos’è, nella sua essenza, una rosa”. L’ultima installazione di Giuseppina Giordano offre così un’intima e multisensoriale conoscenza-esplorazione della rosa, facendo riaffiorare attraverso i sensi il fascino e il potere di questa associazione. Il pubblico viene invitato a sedersi o distendersi su un pavimento di velluto in un ambiente meditativo per stimolare l’immaginazione e il ricordo attraverso le sensazioni. Il progetto si anima letteralmente intorno alla spettatore in un ambiente sonoro composto da voci, nato dalla collaborazione con il musicista Fabio R. Lattuca, che evoca senza mostrare, come in una grande metafora sensoriale che riguarda il vuoto e la contemplazione. La melodia, In Bloom, esprime la volontà di imitare il suono dello sbocciare dei fiori, con lo scopo di evocare un campo fiorito che dialoga con un video in cui la comunicazione è affidata al linguaggio dei segni.

Lo spazio è occupato da 21 vasi di varie forme, colori e dimensioni, ciascuno dei quali è stato modellato secondo le raffigurazioni di vasi realizzati da alcuni pittori del XX e del XXI secolo (da Picasso a Morandi, De Pisis, Matisse, Suzanne Valadon fino a Roy Lichtenstein). Il materiale di cui sono composti i vasi è realizzato con una pasta di petali di rose, ottenuta secondo una tecnica antica praticata in diverse religioni per la produzione di rosari e, successivamente, di gioielli in epoca vittoriana. Il titolo di questo tassello dell’opera è “Smells like content”, proprio per la caratteristica di questi vasi di emanare odore di rose pur essendo vuoti. Forma e sostanza, contenuto e contenitore, si ibridano e si sovrappongono, secondo una riflessione specifica sul vuoto e l’essenza delle cose. L’installazione nella sua interezza è un mezzo per stimolare i sensi a cogliere, per associazione, l’immagine di una rosa ma senza raffigurarla sfruttando linguaggi differenti. La rosa viene estrinsecata come medium, capace di generare linguaggi, emozioni, riflessioni, incrociando la storia dell’arte, la poesia, lo zen e diverse culture. Lo spazio dell’installazione è un invito a prendere tempo, un tempo che sta sbocciando, un tempo altro.

La giovane artista ha fatto dell’utilizzo della rosa sia da un punto di vista materico che su un piano concettuale. Questa poetica della rosa è sbocciata durante una residenza al MASS MoCA, Massachusetts Museum of Contemporary Art nel 2018 che ha dato vita all’opera partecipata The Wall of Delicacy (Ode to America). L’opera rappresenta una barriera, un filo spinato completamente rivestito di piccoli boccioli di rosa inseriti attentamente uno a uno ed esposti al passare del tempo. Un esercizio di delicatezza che permette l’incontro tra l’arte e la meditazione e che in questo caso si sofferma sui confini, sulla caducità dei limiti e sulle loro ambiguità.

Giuseppina Giordano è stata invitata a riproporre l’allestimento durante la prima edizione di BienNoLo, la biennale d’arte contemporanea svoltasi a Milano lo scorso maggio.


Biografia artista
Giuseppina Giordano nasce a Mazara del Vallo il 25 Novembre 1987. Nel 2007, abbandonati gli studi di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università di Palermo, si trasferisce a Milano, dove vive tuttora, per frequentare l’Accademia di belle arti di Brera dove consegue il diploma di primo livello in Pittura nel 2012 e nel 2016, presso la medesima accademia, consegue il diploma di secondo livello in Scultura. Dal 2017 è beneficiaria di una borsa di ricerca della The Secular Society. Nel 2018 è artist in residence al The London Summer Intensive, Slade School of Art e Camden Arts Centre, Londra e nel 2019 è artist-in-residence al MASS MoCA, Massachusetts Museum of Contemporary Art, USA. Una prima mostra personale risale al 2017 ospitata CEAC Chinese European Art Center di Xiamen OPEN MOUTH/CLOSED MOUTH, da questa esperienza deriva il primo Wall of Delicacy (Ode to China) (2018), realizzato con gusci di ostrica e vetro. Oltre alla versione di The Wall of Delicacy (Ode to America) iniziata nel 2019 e in corso; del 2018 è l’opera Romantic Porn, realizzata da un intreccio di rose e tubi al neon. L’artista è stata finalista nei premi Arte Laguna, Combat, Arteam cup nel 2019, e nel Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee nel 2018.

Please, Teach Me the Language of a Rose
Giuseppina Giordano
a cura di Patrick Shaw Cable
6 settembre 2019 – 9 febbraio 2020

David S. and Susan R. Goode Gallery | Taubman Museum of Art, Roanoke (Virginia)
TaubmanMuseum.org
Sponsored by The Secular Society

Info mostra
Taubman Museum of Art, Roanoke (Virginia)
www.giuseppinagiordano.com / giuseppinagiordano.info@gmail.com / +39 3403344454
https://www.taubmanmuseum.org

martedì 3 settembre 2019

Sol LeWitt Lines, Forms, Volumes 1970s to Present


La galleria Alfonso Artiaco presenta, in collaborazione con l’Estate LeWitt, la mostra di Sol LeWitt: Linee, Forme e Volumi, dal 1970 ad oggi, curata da Lindsay Aveilhé, editrice del catalogo ragionato dei Wall Drawings di Sol LeWitt. Linee, Forme, Volumi è la prima mostra a Napoli focalizzata sull’opera storica dell'artista concettuale americano Sol LeWitt (Hartford, 1928 - New York, 2007). Indagando su oltre quaranta anni di lavoro, la mostra vuole approfondire lo stretto rapporto tra LeWitt e l’Italia attraverso una selezione di lavori, che includono wall drawings, sculture, disegni, fotografie e gouaches, molti dei quali mostrati nuovamente per la prima volta da quando sono stati esposti in Italia. Le opere incluse nella mostra sono state prodotte tra il 1974 e il 2005 e sono presentate cronologicamente nelle sei sale della Galleria Alfonso Artiaco. Sei wall drawings, realizzati utilizzando diversi media, spaziando dalla matita all'inchiostro nero, sono stati prodotti e adattati specificamente all'architettura della galleria. La mostra indaga l'evoluzione del lavoro di LeWitt nel tempo, mostrando i primi esempi dell'interesse dell'artista per la linea, il luogo e il linguaggio.

Sol LeWitt Lines, Forms, Volumes 1970s to Present
Inaugurazione 9 settembre 2019 ore 19,30
dal 9 settembre al 2 novembre 2019

Piazzetta Nilo, 7 - Napoli 
+ 39 0814976072 

Accademia di Belle Arti di Macerata: XV CONFERENZA DEL COLORE


La quindicesima edizione della Conferenza del Colore si terrà nei giorni 5 -7 settembre 2019 a Macerata presso l’Accademia delle Belle Arti, per la prima volta ospitata e organizzata da un’Istituzione AFAM. Obiettivo della conferenza è favorire l'aggregazione multi e interdisciplinare di tutte le realtà che in Italia si occupano del colore e della luce da un punto di vista scientifico, didattico e/o professionale. La conferenza è organizzata dall’Accademia delle Belle Arti di Macerata in collaborazione con il Gruppo del Colore - Associazione Italiana Colore(GdC-AIC).

L’evento, di alto profilo e di respiro internazionale, avrà inizio nel pomeriggio del 4 settembrecon una preview aperta a tutti, presso l’Istituto Restauro Marchedi ABAMC, nella suggestiva cornice del borgo di Montecassiano. Gli interventi previsti riguarderanno “l’Archeometria per il colore nel restauro pittorico” 

Dalla mattina del 5 settembre la conferenza sarà introdotta, nella prima parte, dagli interventi degli “oratori invitati” relativi a diversi temi di interesse. A parlare saranno John Barbur (University of London); Magnolia Scudieri (già direttore per il MIBACT del Museo di San Marco a Firenze); Tamara Lapucci (Responsabile Area test di Clementoni spa).

Nella tarda mattinata del 5 settembre avverrà anche la cerimonia di conferimento del prestigioso Premio Colore 2019all’imprenditore Adolfo Guzzini, che terrà uno speechsu due dei più importanti e recenti progetti realizzati dalla sua azienda nel settore dei Beni Culturali (il Cenacolo di Leonardoe la Cappella degli Scrovegni di Giotto).

I lavori proseguiranno poi fino al 7 settembre con l'esposizione dei lavori selezionati tra le numerose candidature pervenute dagli studiosi di varie parti del mondo, secondo i temi di interesse della conferenza:

COLORE E MISURAZIONE/PRODUZIONE; COLORE E DIGITALE; COLORE E ILLUMINAZIONE; COLORE E FISIOLOGIA; COLORE E PSICOLOGIA; COLORE E MERCEOLOGIA; COLORE E RESTAURO; COLORE E AMBIENTE COSTRUITO; COLORE E PROGETTAZIONE; COLORE E CULTURA; COLORE ED EDUCAZIONE.

L’importante Convegno ha suscitato molto interesse e riscosso molti consensi sul territorio per la positiva ricaduta in termini di prestigio e per i flussi incoming previsti per le 3 giornate dell’evento, che vanta il patrocinio delComune di Macerata, dell’Ordine degli Ingegneri di Macerata e Fermo e dell’Ordine degli Architetti di Macerata, nonché del supporto diClementoni spa.

XV EDIZIONE DELLA CONFERENZA DEL COLORE
PER LA PRIMA VOLTA OSPITATA IN UN’ISTITUZIONE AFAM
5-7 settembre 2019 


UFFICIO STAMPA/PRESS OFFICE: 
RP//PRESS - press@rp-press.it
Marcella Russo - M. Letizia Paiato 
349 3999037 - 348 3556821

martedì 20 agosto 2019

Federica Gonnelli - COME UN FIUME (VERSO LA FOCE)


COME UN FIUME (VERSO LA FOCE) nasce all'interno della riflessione sui confini, che Federica Gonnelli sta conducendo da circa quattro anni. Federica ci accompagna in un percorso fluttuante, come la corrente di un fiume, un percorso nascosto, come un fiume carsico, fatto di sedimenti, transizioni, attraversamenti e germinazioni alla scoperta di particolari elementi del paesaggio naturale e costruito dall'uomo, luoghi che o la natura o gli uomini o le vicende della storia condivisa o personale hanno caricato di significato, luoghi che diventano simboli delle esistenze minime o grandi, dei destini, delle passioni, di tutte le vicende umane che li hanno segnati. Una stratificazione di storia/geografia come forma di ordine mentale, quasi cosmico, come strumento di definizione del reale e del mistero della vita e dell'anima. Protagonisti sono il fiume Isonzo, le onde, le anse, la sabbia, la terra coltivata, le pietre, le costruzioni, le fortificazioni, i palazzi di Gradisca e i confini, immagini e figure ricorrenti nella ricerca dell’artista. Ciascuno di questi protagonisti si rispecchia e si integra nella parabola di ogni esistenza umana - nella compresenza di presente e di passato, di effimero e di eterno, epifania dell'attimo e della memoria, ore fuggitive o secoli lontani, nel rapporto tra spazio e tempo, nella presenza, nell'assenza, nell'identità e la sua incertezza, nella chiusura e nella mescolanza, in confini tracciati e varcati, nel continuo attraversamento di confini d'ogni genere.
Il confine caratterizza il percorso di Federica attuando una ricerca al limite tra le discipline delle arti visive. Ogni velo d’organza, fotografia a doppia esposizione o videoinstallazione, non sono semplici supporti, ma determinanti elementi che concorrono nella significazione dell’opera, imponendo uno slancio agli osservatori che vogliono scoprire cosa vi si cela dietro. Il lavoro di Federica permette una molteplice stratificazione di materiali e di interpretazioni. Ogni percorso interpretativo finisce per supporne un altro, così che non possa mai dirsi completamente esaurita la lettura. Il senso dell'opera d'arte, è nella stratificazione di trasparenze: la “densità” di un'opera deve consentire di intravedere quanto è oggetto della rappresentazione. Dovunque corrono confini che si oltrepassano senza accorgersene, che conducono ad un universo altro. Il mondo è tutto una frontiera che divide e unisce. In ogni traccia, in ogni velo, che compongono il percorso di COME UN FIUME (VERSO LA FOCE) l’osservatore scopre il proprio volto, il senso o il filo della propria esistenza, del proprio labile e appassionato passaggio sulla terra.


Federica Gonnelli nasce a Firenze, dove frequenta il Liceo Artistico e l’Accademia di Belle Arti. Vive e lavora tra Firenze e Prato, dove dal giugno 2011 ha aperto lo studio “InCUBOAzione”. Dal 2001 partecipa a mostre personali, collettive e concorsi. Nel 2006 consegue la laurea, con tesi dal titolo “L’Arte & L’Abito” e nel 2013 la specializzazione in Arti Visive e Nuovi Linguaggi Espressivi, con tesi dal titolo “Videoinstallazioni tra Corpo-Spazio-Tempo”. Dal 2015 ha partecipato alle residenze d’artista a: Mola di Bari - Fondazione Pino Pascali, Cosenza - The BoCs, Castelbottaccio (CB) - Vis a Vis Fuoriluogo 19, Vimercate (MB) - V_Air Museo Must, San Sperate (CA) - Future Frontiers, Zumpano (CS) - Terraē Museo Mae e Palagiano (TA) – Z.N.S. Via Murat Art Container 2° Piano Art Residence. Pratica, quella della residenza, che ha acquisito una particolare importanza per la sua crescita personale e artistica.


Maggio 2019, collettiva video arte, “LA SUPERFICIE ACCINDENTATA”, Fourteen ArTellaro, Tellaro di Lerici (SP), a cura di Gino D’Ugo.
Marzo 2019, personale, “METODOLOGIE PER LA CONSERVAZIONE DELLA MEMORIA”, sug@R(T)_house, Museo dello Zucchero, Premio Speciale Residenza "SUGAR IN ART" Figli di Pinin Pero S.p.A. assegnato in occasione di Arteam Cup 2017, Nizza Monferrato.
Marzo 2019, collettiva, “OTHER IDENTITY-ALTRE FORME DI IDENTITÀ CULTURALI E PUBBLICHE”, Galleria ABC-ARTE, Genova, a cura di Francesco Arena.
Marzo 2019, personale, “TRA I CONFINI”, Arte Spazio Tempo, Venezia, a cura di Martina Campese.
Marzo 2019, personale, “POETRY AS A FORM OF RAPID MOVEMENT OF THE EYES”, Hybrid Art Fair, Madrid, a cura di Giulia Ponziani.
Ottobre 2018, personale, “LE MONTAGNE DA LONTANO SONO COLOR INDACO”, Studio Ciccone, Firenze, a cura di Leonardo Moretti.
Ottobre 2018, open studio, “LA TEORIA DEI BISOGNI”, InCUBOAzione, Prato, evento organizzato in occasione della 14a Giornata del Contemporaneo.
Settembre 2018, residenza e personale “2° Piano Art Residence”, Z.N.S. Via Murat Art Container e Museo Narracentro, Palagiano (TA), a cura di Margherita Capodiferro e Cristiano Pallara.
Luglio 2018, collettiva “68/Revolution. Memorie, Nostalgie, Oblii”, Pinacoteca Comunale Carlo Contini, Oristano, a cura di Chiara Schirru e Ivo Serafino Fenu.
Giugno 2018, collettiva, “OfficinARS IN FIERI”, Museo Storico Archeologico, Nola, (NA), a cura di Associazione Villa Sistemi Reggiana.
Giugno 2018, personale, “LIQUIDA”, “PALAZZI D’ARTE”, Palazzo Rossi Cassigoli, Pistoia, a cura di Ilaria Magni e STUDIO 38 Contemporary Art Gallery.



Federica Gonnelli
COME UN FIUME (VERSO LA FOCE)

LA FORTEZZA Galleria d’Arte,
Gradisca d’Isonzo (GO)
24 Agosto – 15 Settembre 2019

INAUGURAZIONE
Sabato 24 Agosto 2019
ore 19.00

La mostra sarà visibile fino al 15 settembre:
dal mercoledì al venerdì dalle 17.30 alle 19.30
sabato dalle 10.30 alle 12,30 e dalle 17.30 alle 19.30
domenica dalle 10.30 alle 12.30


"LA FORTEZZA" Galleria d'Arte
Via Ciotti 25, Gradisca d'Isonzo (Go)
Per informazioni:


Giuseppe Uncini. Realtà in equilibrio

Dopo le personali di Carlo Lorenzetti, Bruno Conte e Giulia Napoleone, la Galleria Nazionale celebra Giuseppe Uncini, concludendo il ciclo di mostre Realtà in equilibrio, curato da Giuseppe Appella.

Nel 1982, per una mostra alla Galleria Il Segno di Roma che comprendeva Lorenzetti, Napoleone, Conte, Aricò e Uncini, Fausto Melotti intitolava Realtà in equilibrio il testo pubblicato in un foglio- manifesto diffuso per l’occasione. Considerava i cinque artisti “anacoreti, lontani dalle tentazioni del mondo” che “vedono dalle finestre e conoscono fuori e anzitempo ciò che sarà necessario alla costruzione dell’edificio dell’arte” [...], compagni nella ricerca, [...] compagni in ciò che l’arte richiede, sacrificio e amore. [...]. Non di mimi, si tratta di alcune pietre portanti dell’arte”.


Attraverso 58 sculture e 30 disegni datati 1957-2008, Appella ripercorre in una antologica le varie tappe del cammino dell’artista scandito da Terre, Cementarmati, Ferrocementi, Strutture spazio, Strutturespazio-ambienti, Mattoni, Terrecementi, Ombre, Interspazi, Dimore delle cose, Dimore e muri d’ombra, Spazi di ferro, Spazicementi e Tralicci, Muri di cemento, Architetture, Telai-Artifici.


Il curatore racconta: “Temi e ricerche perentoriamente messi di fronte, in un vis-à-vis tutt’altro che azzardato, anche nei ripensamenti del già fatto, per perseguire fino alle estreme conseguenze la fisicità dell’opera, per estrarre dalla materia (olii, terre, cementi, pigmenti su supporti tradizionali, lamiere, ferri, mattoni), con l’abituale procedimento mentale, come l’ape il nettare dai fiori, una inedita carica fantastica e quella idea progettuale a lungo accarezzata nella miriade di gesti e attitudini di mestieri praticati durante la guerra come una personale università del pensiero e della mano. Perché alla vita fisica della materia, cui corrisponde il farsi corpo dell’immagine, al suo ruvido rigore, che non respinge una sua esclusiva bellezza, si accompagna in Uncini una sorta di salda e intensa memoria spirituale portata a sorreggere, come in Brancusi, quanto di razionale e di irrazionale nutre il fronte del proprio lavoro. Scrive: "Mi piace pensare alla mia scultura come qualcosa che possiede due vite; l'una quella che io riesco a darle con i miei 'criteri' di estetica, di spazio e di poesia, l'altra, quella dovuta all'uso quotidiano, vero, concreto della cosa. Naturalmente ciò che mi interessa è caricare questi vuoti di umori, di momenti poetici, insomma di farne delle cavità dense di avventure esistenziali". 
Basta leggere i titoli: da una iniziale Terra che corrisponde a un normale paesaggio memore di De Staël subito riversato in Rothko, e da un letterario Il passo del gatto (1958), emblema dell’illusoria immagine della pittura che vuole sfuggire all’oggetto-quadro e scava nelle memorie del sottosuolo, rapidissimo è il passaggio da materie cromatiche primarie, sottilmente evocative, a un solo materiale, il cemento, che muove gesti e segni e li dota con il ferro alzando armature (Primo Cementarmato, 1958-1959), regolando masse pesantissime che, tra un alfabeto e un traliccio, una dimora e un epistylium, ordiscono una città solo apparentemente impossibile (Architetture n. 206, 2006), tanto occupò i sogni dei futuristi, di Gabo e di Tatlin, di Vantongerloo, di Max Bill e di Calder, di Marino di Teana e di Etienne-Martin, di Burri e di Consagra, di Milani e di Chillida, di Somaini e di Sanfilippo.

Come molti di questi che lo hanno preceduto, Uncini, soprattutto negli anni delle trasformazioni e degli ambigui simulacri di impossibili prospettive, altro non fa che analizzare gli strumenti a sua disposizione, appuntirli, in tutti i sensi, nel patrimonio culturale e nella quotidianità del suo operare, fissare, recandosi nello studio come un direttore d’orchestra in teatro per le prove, l’artigianalità della costruzione, una dinamica di attese consumate in spostamenti minimi capaci di tessere, nell’inversione dell’assetto del reale, nella fisicità concreta dell’opera, nel puro valore di superficie, l’oggi con il domani, quindi anche i primi con gli ultimi suoi lavori. Dove non hanno fatto breccia né l’Informale né la Pop Art, tantomeno ismi, correnti e nomi (l’arte povera, il minimalismo, Carl Andre, Robert Morris, Richard Serra, Joel Shapiro, Ron Bladen) che hanno attraversato la seconda metà del XX secolo stabilendo ramificazioni e parentele di linguaggi.

È evidente, allora, l’impossibilità di determinare un percorso che non abbia alla sua base quel rigore concettuale che ristabilisca in forma il luogo-spazio (Cementarmato, 1962 – Architetture n. 217, 2006) ed elimini, ogni volta, nonostante la materia si presenti così com’è, dura-fredda- precaria-accidentata, ed assuma, per coincidere con il contenuto, anche il titolo-guida dell’opera, la figura dell’analogia se non del simbolo o della metafora che, invece, Uncini impara subito a far convivere con la vitalità del pensiero della scultura e della sua nascita (Cementarmato, 1959-1960 – Architetture n. 193, 2005), con i problemi di procedimenti, identificazioni e orientamenti, di articolazione e statica, di equilibrio e composizione, di peso e stabilità, di tempo e durata.

Occorre considerare questo pensiero della scultura, o ordine creativo, sotteso all’impostazione dei manufatti “su una frontalità spaziale assolutamente innovativa” che utilizza, a partire dalle gabbie, ciò che Emilio Villa chiama ideologia strumentale per una disciplina strutturale che si distingua come segno di identità, motivo primo, in Uncini, del suo fare in costante evoluzione e del riscontro frontale messo in atto da Cemento lamiera (1959) a Artifici n. 5 (2008), che accertano tangenze e differenze con il minimalismo da Uncini contraddetto proprio con il rifiuto della serialità o del modulo e la persistente “umana” progettualità presente fin dal 1960. Scrive: “Io lavoro con il cemento e il ferro. Questi materiali li uso con proprietà, nel senso che non li camuffo, che non me ne servo per trarre degli effetti particolari, al contrario li adopero come si adoperano nei cantieri, per costruire le case, i ponti, le strade, per costruire tutte le cose di cui l’uomo ha bisogno. Alla base di tutto questo c’è la necessità di costruire, di organizzarsi, c’è quel principio creativo che è all’origine di ogni progresso umano, questo è quanto nei miei oggetti voglio esprimere”.

Questo principio, divenuto nel corso degli anni un pensiero dominante, acquisisce un ritmo di linguaggio che dal Cementarmato n. 10 (1961) si sedimenta nel Ferrocemento n. 14 (1963), dallaParete interrotta (1971) si posiziona nelle Dimore (1982), dagli Spazi di ferro (1990) si colloca negliSpazicemento (1998), ovvero una immagine-oggetto che apprende il concetto di rarefazione per un criterio razionale che, in seguito, anima una struttura funzionale e dinamica a sua volta implosa ed esplosa in una energia che è calcolata organizzazione del lavoro, tesa a disegnare e a delimitare un proprio spazio pluridimensionale, con una fisionomia personale, estesa alla casa in cui abitare, allo studio in cui realizzare, ai mezzi con i quali procedere, agli stessi amici da frequentare con poetico candore. 
In tutto ciò, la luce magica di Roma, che in alcuni momenti ha fatto pensare a sconfinamenti in atmosfere metafisiche evocative ed affabulanti, ha un ruolo significante, e non solo per il lavoro svolto sulle ombre, spostando l’attenzione dalla forma reale alla forma virtuale dell’oggetto. La sua presenza, definita da Uncini, come l’ombra, “concetto spaziale”, realtà artificiosa che muta la forma durante il suo crescere, è strettamente connessa al colore che nelle prime opere sviluppa il forte sentimento dell’antico, del paesaggio costruito dall’uomo, tipico degli affreschi di Giotto, Masaccio e Piero della Francesca, ovvero della civiltà della cultura occidentale al suo massimo splendore, e nelle ultime, schiacciando i volumi, raccoglie la lunga esperienza sulla necessità di non alterare la struttura della materia facendosene sua natura nell’incontro con la tecnica. Tanto da disegnare liberamente, con un ritrovato gusto dell’avventura e del non finito, accenni di architetture inquadrate in uno spazio a misura umana, strutture di relazione tra sé stesso e la scena che ogni giorno gli si offriva dalle antiche mura di Trevi”.

Accompagna la mostra un catalogo con l’introduzione della direttrice della Galleria Nazionale, Cristiana Collu, e con i contributi del curatore, Giuseppe Appella, di Bruno Corà e di Lara Conte.


Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea
viale delle Belle Arti 131, Roma ingresso accessibile via Gramsci, 71

Giuseppe Uncini. Realtà in equilibrio
a cura di Giuseppe Appella

apertura al pubblico
18 giugno – 29 settembre 2019

orari di apertura
dal martedì alla domenica: 8.30 – 19.30 ultimo ingresso 45 minuti prima della chiusura

Ufficio stampa
gan-amc.uffstampa@beniculturali.it

Laura Campanelli – +39 349 5113067 – +39 06 32298 328
Alessia Tobia – +39 329 606283 – +39 06 32298 316
Alessio Boi – +39 340 9727838 – alessio.boi@lagallerianazionale.com

Ufficio comunicazione e relazioni esterne
gan-amc.comunicazione@beniculturali.it
Elena Bastia – +39 349 2115229 | +39 06 32298 308 Isabella de Stefano – +39 06 32298 307


lunedì 19 agosto 2019

Tutti i pani del mondo

Michele Giangrande - Pane Quotidiano

La mostra Tutti i pani del mondo a cura di Andrea B. Del Guercio inaugurata a luglio negli ipogei della Fondazione Sassi a Matera è parte integrante del Festival La Terra del pane ed è visitabile fino al 20 settembre 2019.

Organizzato e promosso da Fondazione Sassi, in coproduzione con la Fondazione Matera-Basilicata 2019, il Festival La Terra del pane è un progetto di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, tema: Radici e Percorsi.

Sono 45 e provengono da Africa, Asia e Europa gli artisti che hanno risposto alla sollecitazione del curatore Andrea B. Del Guercio e hanno creato opere interpretando e raccontando uno tra i più straordinari soggetti rappresentativi della società umana e delle sue infinite e diverse culture, un simbolo non solo della storia ma di una perenne contemporaneità: il pane.

Opere/pane, in diversi materiali e tecniche, realizzate appositamente per la mostra simbolo del Festival La Terra del pane, il progetto di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, tema: Radici e Percorsi che la Fondazione Sassi realizza nell’anno in cui Matera è Capitale Europea della Cultura in coproduzione con la Fondazione Matera-Basilicata 2019.

Fino al 20 settembre 2019 a Matera, negli ipogei della Fondazione Sassi nel rione Sasso Barisano, sarà aperta al pubblico la mostra Tutti i pani del mondo a cura di Andrea B. Del Guercio, titolare della Cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano.
Scultura, installazioni e performance, pittura astratta e figurativa, fotografia e video sono le modalità tecniche con cui artisti del Benin, della Cina, Francia, Georgia, Germania, Italia, Olanda, Svezia e della Svizzera hanno espresso e rappresentato la loro personale idea di pane che, come scrive il curatore, “quale alimento primario nella società umana, si pone soggetto atto a sfamare l'attesa, la domanda di bellezza”. Il “pane dell’arte” sarà così offerto al pubblico in un allestimento che vuole rianimare, restituire alla vita gli ipogei tardo-cinquecenteschi della Fondazione Sassi. Un luogo che accogliendo opere create a diverse latitudini, diviene "raccoglitore espositivo di tutti i pani del mondo, suggerendo una provenienza senza confini, ma anche momento di scambio, di condivisione, di confronto dei sapori e dei saperi, delle forme e dei colori, pur mantenendo quella comune origine, che le infinite variabili sanno esaltare”.

La mostra Tutti i pani del mondo ha avuto un’anteprima a Venezia. Nel giardino di Santa Fosca, aperto per la prima volta al pubblico, sono state esposte le sculture di Antonio Ievolella. Beneventano di nascita e padovano d’adozione, Ievolella ha realizzato una serie di sculture “i Pani”. Opere che sono state poste accanto a forme di pane di Matera, fino a confondersi giocando sul delicato rapporto tra cibo del corpo e cibo dello spirito (cultura, spiritualità).

“Il Centro di Pastorale Universitaria Santa Fosca, nei giorni della pre-apertura della 58^ Esposizione Internazionale d’Arte, ha offerto alla Fondazione Sassi un’importante occasione di promozione delle attività che dedichiamo all’arte contemporanea - afferma il presidente della Fondazione Sassi di Matera, Vincenzo Santochirico - la fondazione che rappresento, in coproduzione con la Fondazione Matera-Basilicata 2019, oltre ad organizzare dal 12 al 20 ottobre 2019 il Festival La Terra del pane, per tutto il 2019 ha un ricco calendario dedicato alle arti visive. Le attività nel campo delle arti visive della Fondazione Sassi, che opera a Matera dal 1990, prevedono non solo l’esposizione di opere, ma anche progetti artistici realizzati appositamente per il Festival La Terra del pane. Fra queste, la mostra a cura di Andrea B. Del Guercio Tutti i pani del mondo. Una mostra - conclude il presidente Santochirico - che si inserisce appieno nel progetto del Festival la Terra del pane. Partendo da un tratto distintivo della città di Matera, il Festival mira a esaltarne il profilo culturale e antropologico, mediante il racconto e la declinazione su diversi codici artistici di quelli che sono gli elementi che maggiormente la caratterizzano: il pane e la terra”.

Organizzata e promossa dalla Fondazione Sassi, la mostra Tutti i pani del mondo sarà inaugurata venerdì 26 luglio 2019 alle 18:30 a Matera negli stesso spazi che ospitano l’allestimento, gli ipogei della Fondazione Sassi.

Informazioni:
Organizzata e promossa dalla Fondazione Sassi la mostra Tutti i pani del mondo rientra nel Festival La Terra del pane, un progetto di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, in coproduzione con la Fondazione Matera-Basilicata 2019, tema: Radici e Percorsi.

Gli artisti che hanno aderito al progetto: Julie Arphi (NL), Elisabeth Bereznicki (D), Alessandra Bonoli (I), Christian Cassar(I), Antonio Catelani (I), Giorgio Cattani (I), Chen Yan (CHN), Franco Cipriano (I), Vittorio Corsini (I), Carl Victor Dahmen (D), Matthias Dämpfle (D), Bérenger De Crecy (F), Claudia Desgranges (D), Max Diel (D), Francois Geissmann (F), Michele Giangrande (I), Niko Grathwohl (D), Rainer Gross (D), Andrea Hess (D), Antonio Ievolella (I), Martin Kasper (D), Anja Kniebuehler (D), Cosmo Laera (I), Lello Lopez (I), Valeria Manzi (I), Pino Mascia (I), Barbara Nahmad (I), Giuseppe Negro (I), Heinrich Nicolaus (D), Daniela Novello (I), Jurgen Oschwald (D), Luca Pancrazzi (I), Antonio Paradiso (I), Giuseppe Pennisi (CH), Stefano Pizzi (I), Antonio Pizzolante (I), Gela Samsonidse (GE), Jing Shijian 井士剑(CH), Ivano Sossella (I), Tarshito (I), Carmine Tornincasa (I), Julien Vignikin (DY), Luigi Viola (I), Antonio Violetta (I), Werner Windisch (SE). 

La mostra è realizzata con il sostegno del fondo etico di: Bcc Basilicata Credito Cooperativo di Laurenzana e comuni lucanie con il sostegno di: Bawer S.p.A,Italcementi S.p.A, Tecnoparco Valbasento S.p.A.eMH Matera Hotel.


Festival La Terra del pane
Tutti i pani del mondo
A cura di Andrea B. Del Guercio, la mostra
presenta le opere di 45 artisti africani, asiatici e europei
dal 26 luglio al 20 settembre 2019
Ipogei della Fondazione Sassi 
Via San Giovanni Vecchio - rione Sasso Barisano - Matera

Ingresso libero
Orari dalle 10:00 - alle 13:00 e dalle 16:00 alle 19:00
Giorno di chiusura lunedì
Tel. +39 0835 333348
Curatore Andrea B. Del Guercio
Assistenti Valerio Vitale e Lorena Carella, Matera. Luming Zhang, Milano
 

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Sissi Ruggi
addetto stampa
Fondazione Sassi

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