giovedì 16 novembre 2017

VICTOR di Dunia Mauro


Sweet Home Gallery
presenta

VICTOR
di Dunia Mauro
a cura di Francesco Castellani
dal 24 novembre al 10 gennaio 2018

Inaugurazione venerdì 24 novembre 2017 dalle 18.30 alle 22.30
La nuova ricerca artistica di Dunia Mauro è la messa in scena di un dramma. Attraverso l’uso del video e di una sceneggiatura venata da una personalissima e astratta ironia, l’artista presenta al pubblico Victor, il capro espiatorio che accoglie sopra di sé i mali e le colpe della comunità, la quale, per questo processo di trasferimento, si illude di liberarsi da ogni macchia, paura o turbativa. I personaggi della narrazione sono animali di plastica: cinque ovini, cinque cavalli e tra loro, a seminare sospetto e fomentare ostilità, un serpente. Victor è un caprone, dall’animo nobile e profondo, la sua sensibilità complessa capace di astrarsi e immaginare dimensioni poetiche dell’esistere lo rende diverso dal branco. Troppo diverso, presto pagherà il prezzo della sua diversità.
Allestita nella piccola e coraggiosa Sweet Home Gallery di Luca Guatelli, la mostra propone oltre al video, una galleria fotografica che ritrae Victor colto nella sua quotidianità vitale, immerso nel suo rapporto profondo con la natura delle cose, prima di subire la sua crudele condanna. La storia ruota intorno ad un furto: qualcuno ha rubato le stelle dal cielo e c’è chi dice di aver visto una sagoma bianca nell’oscurità. I sospetti convergono sul pharmakos, il “maledetto”, il capro espiatorio, l’ignaro e riflessivo Victor. La sua fine decretata dalla collettività sancisce al tempo stesso la fine degli ideali, la fine della speranza e la vittoria dell’Irrazionale. Gli ovini lo condannano senza alcuna prova. La pecora bianca, il montone, la pecora nera, fino al serpente simbolo di conoscenza e deputato, per questo, a insinuare il dubbio e ad essere creduto: ogni personaggio nel video di Dunia Mauro ha una propria precisa personalità e un ruolo strategico finalizzato alla condanna di Victor.
Ma chi è Victor nella messa in scena di Dunia Mauro? Victor è il pensatore, l’idealista, il filosofo, il poeta, l’artista. È lo spirito umano per eccellenza. Victor è diverso, è l’outsider che conduce una ricerca solitaria. La sua indole troppo destabilizzante per la massa ne farà il capro espiatorio del terribile furto che sembra abbattersi come un tragico segno premonitore sul gruppo.
Victor è una storia di sogni traditi da un ragionamento ingannevole. È la storia di un’Idealista tradito dal dilagare delle pulsioni irrazionali nelle quali paure e frustrazioni, invidie e inadeguatezze si fondono con esiti violenti. Victor è l’emigrante rifiutato, il diverso che turba, il vicino che non capiamo, lo straniero arrivato a rompere gli equilibri. È la ragione e il sentimento, la purezza e l’ingenuità. Victor è la parte migliore di noi, la più esposta e fragile. Non c’è un lieto fine, l’artista lo nega e costringe a riflettere su quesiti fondamentali: nel momento in cui sacrifichiamo Victor, cosa ci rimane? Nel momento in cui sacrifichiamo la nostra anima, cosa rimane? Dunia Mauro non ci consegna una risposta, cita il curatore Francesco Castellani nel suo testo, ma abilita il nostro occhio finalmente a Vedere. Vedere ciò che del nostro Essere nell’Esistente è abitualmente nascosto dietro “la faccia abusata delle cose”, dietro il sipario velato della realtà. E per renderci accettabile ogni nostra fragilità e debolezza, ogni nostra paura e preconcetto, ogni nostra illusione e crudeltà, Dunia Mauro utilizza Orwellianamente personaggi animali, figurine di plastica colorata che abitano la sua rarefatta epitome del mondo.

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SWEET HOME GALLERY è un nuovo spazio espositivo alternativo dedicato alle arti visive. Il mini Loft abitato e diretto da Luca Guatelli (artista esso stesso) presenta lavori site-specific di artisti che si confrontano con tematiche attuali in un contesto domestico. Luca Guatelli racconta: “Le mostre alla Sweet Home Gallery sono pensate tutte in funzione dello spazio domestico e comunicate attraverso l’American Spirit: WhatsApp, SMS, Fb, passaparola, ecc. È questa una avventura che vedrà il mio piccolo loft protagonista di mostre di artisti che stimo e che penso possano lasciare un segno nel tempo”.


Sweet Home Gallery
Via Teodoro Monticelli 5 | Roma
Visite su appuntamento: +39 3333262940

Romain Bernini. Rainbow Chasers


Romain Bernini, Untitled, 2017, 42 x 33 cm


La Galleria Riccardo Crespi presenta Rainbow Chasers, la prima mostra personale in Italia dell’artista francese Romain Bernini.

La pratica pittorica di Roman Bernini fa capo all’idea di rituale, non solo nella creazione dell’opera come realizzazione di un pensiero attraverso la manualità, il rapporto quotidiano dell’artista con la sua tela, ma anche come ricerca di soggetti che possano riferirsi a tale nozione: una liturgia, un mistero, un’estasi. Le grandi pitture figurative creano un rapporto diretto, quasi fisico, con lo spettatore che si trova immerso in paesaggi sospesi, da paradiso tropicale, o si confronta con personaggi simili a lui, tuttavia stranianti. Ricorrente è la maschera, poiché permette di parlare allo stesso tempo di identità e di mescolanza culturale e sociale, con combinazioni talvolta assurde, metafore del melting pot contemporaneo. In mostra, una serie di tele dal recente corpus dell’artista, alcuni assemblaggi della serie Vâhana che Bernini realizza a partire da pitture distinte che vengono poi installate insieme per creare un ulteriore contesto, benché astratto, alle figure in primo piano e i nuovi disegni dalla serie Cargo Cult.



Romain Bernini è nato a Parigi nel 1979. Vive e lavora a Parigi.
Alcune mostre: 2017 Romain Bernini, Maison des arts de Châtillon, Châtillon, Francia; Creating Worlds, Wooyang Museum of Contemporary Art, Gyeongju, Corea del Sud; Galerie Clémence Boisanté, Montpellier; Anthropocene, Galleria Riccardo Crespi, Milano; Romain Bernini - Damien Cadio - Bruno Perramant, Galerie Dukan, Lipsia 2016 New Ecstatic Island, Galerie Suzanne Tarasieve, Parigi; TRUE MIRROR, Espace Commines, Parigi 2015 Ecstatic Island, Dukan gallery, Lipsia; Grans Bwa, Frac Ile-de-France, La Vitrine, Parigi; Soma, Le Vog Art Center, Fontaine, Francia 2014 Des hommes des mondes, Collège des Bernardins, Parigi, a cura di Alain Berland 2013 Cargo Cult, Château de Taurines, Centrès, in collaborazione con il Musée des Abattoirs-FRAC Midi-Pyrénées, Tolosa, a cura di Olivier Michelon; Les nuits obliques, Université Panthéon Sorbonne, galerie Michel Journiac, Parigi 2012 Un entre-deux, Romain Bernini – Marc Desgrandchamps, Institut Culturel Bernard Magrez, Bordeaux.



Romain Bernini, Peti Bwa V, 2017, oil on canvas, 41 x 33



Romain Bernini. Rainbow Chasers 
Preview 21 novembre 2017 h. 18.30
22 novembre 2017 – 27 gennaio 2018 

Via Mellerio, 1. 20123 Milano
T +39 02 8907 2491 +39 02 3656 1618
Fax +39 02 9287 8247
info@riccardocrespi.com 

pubblica: 

Elvio Chiricozzi. Carichi di chiaro in notte acre


Anna Marra Contemporanea è lieta di presentare Carichi di chiaro in notte acre, mostra personale di Elvio Chiricozzi che inaugura martedì 21 novembre 2017.

In mostra opere recenti, disegni a matita su legno o tela, di grandi dimensioni, che proseguono idealmente la serie Ritroverai le nubi, avviata nel 2013, con la quale l’artista si soffermava sulla dimensione basica dell’evento mediante l’osservazione di fenomeni che mutano continuamente, pur senza rinunciare alla loro identità. Le nubi, infatti, e poi i fulmini, entrati successivamente nell’iconografia di Chiricozzi, sono una metafora del nostro essere, in cui l’attenzione verso il mondo ci rende caleidoscopici, mentre l’identità non muta.

Elvio Chiricozzi è un artista meticoloso che ha stretto un patto con il Tempo, nei suoi lavori esso scorre fuori da binari consueti. Non c’è un limite definito per pensare, progettare, mettere mani e concludere un progetto. Il rigore esecutivo è lo specchio della personalità dell’artista che non ammette scorciatoie e sceglie invece di dilatare il tempo senza darsi alcuna meta. Il termine manufatto per descrivere le sue opere non è un disvalore. La manualità nel suo caso è una parte decisiva per comprendere la poetica completa che tiene in piedi tutto il suo lavoro. Nel saper fare descrive un’intera vita e il suo peculiare rapporto con l’arte. Un segno che presuppone cultura e ricerca, dove niente è lasciato al caso e non c’è alcuna gestualità immediata, perfino nel descrivere i tumultuosi movimenti delle nuvole e nel disegnare l’attimo del lampo che irrompe sulla terra. La minuzia esecutiva non ha soltanto come fine la meraviglia di chi guarda. Quello è soltanto il primo piano. In questo progetto faticoso e sofferto Chiricozzi ha tentato un’operazione difficile; ha catapultato violentemente le nuvole sulla terra, ha interrotto la magia della loro leggerezza e dei rimandi fantastici che esse offrivano. Il grigio è l’idea di cielo e nuvole, la tabula rasa prima del blu, con tutto quello che esso comporta. La natura, quindi la vita dei singoli, non può essere soltanto ricerca inconsapevole di leggerezza e aspirazione verso l’alto. Vedere la parte in ombra di ciò che è per antonomasia brillante, senza per questo teorizzare il danno o l’errore, aiuta invece a restituire senso al tutto. Le ha volute a terra perché i sogni è bene vederli da vicino. Le ha sapute guardare a tutto tondo riconoscendone i limiti e le enormi potenzialità, quasi al microscopio. Poi le ha lasciate andare, di nuovo.

La mostra è accompagnata da un catalogo edito Gangemi editore con testo di Claudio Libero Pisano e rimarrà aperta fino al 20 gennaio 2018.

Elvio Chiricozzi. Carichi di chiaro in notte acre
testo di Claudio Libero Pisano
21 novembre 2017 - 20 gennaio 2018

mercoledì 15 novembre 2017

Fabio Barile. Osservare la terra

Fabio Barile
Osservare la terra
un progetto fotografico a confronto con l'archivio fotografico dell'Istituto centrale per il catalogo e la documentazione
a cura di
Benedetta Cestelli Guidi
16 novembre – 9 gennaio 2018

Fabio Barile (Barletta, 1980) lavora dal 2014 ad un ambizioso progetto fotografico centrato sull'osservazione del fenomeno geologico in Italia, intitolato An investigation of the laws observable in the composition, dissolution, and restoration of land.
Barile ha ripercorso i passi del geologo scozzese James Hutton il quale, basandosi sull'osservazione di comuni e ripetute morfologie geologiche denunciò la temporalità del pianeta terra aprendo così il campo ad una nuova scienza (Theory of the Earth, 1785). La morfologia, o anche la forma, è dunque la stele di Rosetta della geologia attraverso cui comprendere la temporalità millenaria della terra, una temporalità a tal punto 'altra' da quella umana da essere quasi inimmaginabile. Riferendosi al suo lavoro il fotografo ha parlato di una terapia dell'insignificanza: nell'era dell'antropocene è bene (ri)pensarci come creature che vivono nell'intervallo di un battito di ciglia mentre il pianeta ci ha preceduti e ci sopravviverà. Il progetto fotografico di Fabio Barile aiuta a immaginare questo tempo 'altro' attraverso due serie di immagini: all'osservazione di fenomeni geologici tanto comuni quanto ricorrenti sul nostro territorio segue la verifica dei processi di genesi, evoluzione e sedimentazione degli stessi in laboratorio. Le fotografie sono distinte anche dal punto di vista compositivo: quelle dei fenomeni geologici scattate in esterno sono composte in inquadrature chiuse prive per lo più della linea dell'orizzonte; riprendono conformazioni geologiche per lo più comuni e ricorrenti; sono prive di contesto paesaggistico con la conseguenza che le reali dimensioni del fenomeno geologico sfuggono anche ad una analisi approfondita; insistono sulla potenziale qualità astratta del fenomeno fotografato.
Le fotografie degli esperimenti, realizzati in un angolo di casa con materiali di uso comune, sono sequenze narrative articolate in più scatti in modo da documentare le fasi di alterazione progressiva del fenomeno geologico; sono a tal punto minime e discrete quasi fossero sussurrate; la loro composizione rivela la dimensione giocosa della sperimentazione e il risultato visivo rimanda ad una estetica che strizza l'occhio all'Arte Povera.
Le due serie fotografiche sono il risultato di ritmi e operazioni diversi; nell'allestimento della mostra è il tempo lunghissimo della conformazione geologica ad avere il posto principale occupando ad altezza d'occhio le pareti delle sale, mentre le verifiche in laboratorio sono poste, tranne due eccezioni, in bacheca così che la loro funzione indiziaria ed esplicativa ne venga evidenziata.
Nel 2017 Fabio Barile ha iniziato a confrontare il suo lavoro con la fotografia conservata negli archivi storici dell'Istituto centrale per il catalogo e la documentazione; la mostra Osservare la terra documenta il dialogo tessuto ed intende restituire sul piano squisitamente visivo alcune riflessioni nate da questa nuova fase di elaborazione del progetto fotografico.
Le fotografie di archivio sono esposte a parete su due registri paralleli a quello principale, così da solleticare nel visitatore la possibilità di messa in dialogo tra contemporaneo e storico. L'unica eccezione è costituita dalle fotografie storiche che documentano la diffusione dei massi erratici in Lombardia, esposte in bacheca accanto agli esperimenti realizzati da Fabio Barile attraverso cui viene visualizzato questo particolarissimo fenomeno di migrazione di grandi frammenti di rocce.
Come è noto l'archivio fotografico storico dell'ICCD conserva fotografie di documentazione dei beni culturali italiani nel lungo tempo di oltre un secolo (1895 – ad oggi). Solo gradualmente il paesaggio e le sue conformazioni geologiche sono stati riconosciuti come bene culturale (Legge Bottai, 1939) seppur nell'accezione di 'bellezze naturali'. La fotografia ha avuto una funzione a tal punto centrale in questo processo di inclusione nel 'registro' del patrimonio nazionale da apparire sempre ed ancora non abbastanza sottolineata; l'archivio fotografico dell'ICCD si configura dunque come un serbatoio di cartine al tornasole per capire il se, il quando, il come ed il cosa è stato fotografato e tutelato.
Nella preparazione della mostra si è scavato nell'archivio selezionando alcune stampe storiche – diverse per formato, tecnica e presentazione dell'immagine – che documentano conformazioni geologiche non identiche ma simili a quelle fotografate da Fabio Barile.
La verifica ed il confronto ha portato a molteplici risultati, ampliando le prospettive del progetto autoriale da un lato e aprendo nuovi orizzonti per la fotografia storica dall'altro. Una delle aperture riguarda la possibilità di distinguere tra le modalità dello sguardo; nella sala 2 della mostra è articolata la contrapposizione tra l'attività del guardare/distrazione e quella del guardare/osservazione. Solo predisponendosi al guardare/osservazione si è poi pronti ad entrare nel vivo della mostra e comprendere le sezioni tematiche in cui è suddivisa l'esposizione della sala 3, il cui impianto espositivo è suddiviso in quattro sezioni che documentano altrettante fenomenologie geologiche comuni quali l'erosione, la dissoluzione, il vulcanismo e la sedimentazione. Gli accostamenti tra le fotografie di Fabio Barile e quelle d'archivio forzano spesso il campo più ovvio delle assonanze per favorire quello delle divergenze; insistono più sugli scarti che sulla continuità e/o identità compositiva. Calcando l'interstizio di queste visibili divergenze compositive sono emerse criticità – le omissioni ma anche le ricorrenze – che documentano il tortuoso percorso del riconoscimento del fenomeno geologico quale bene culturale, e dunque dell'attenzione ai fini della conservazione e della tutela.
Un secondo elemento è apparso ancora più significativo. Premesso che l'archivio fotografico è serbatoio polisemico in cui la dimensione autoriale è tralasciata a favore di una pluralità di sguardi spesso anonimi, si è verificato come persista una unica 'visione' condivisa da fotografi operanti a latitudini geografiche diverse e in tempi distanti; questo allineamento compositivo dell'immagine fotografica è tradotto nell'insistenza nel fotografare fenomeni geologici straordinari, ripresi a causa della loro monumentalità e singolarità e trasformati in ulteriori elementi folklorici utili a rinsaldare processi identitari su scala locale. La geologia dunque come elemento di folklore e non come strumento di conoscenza del terreno; a questa fossilizzazione dello sguardo dei fotografi nella lunga durata di un secolo (1870 – 1970 ca.) si contrappongono poche eccezioni che diventano indicatori preziosi per delineare progettualità specifiche tese a restituire la morfologia del terreno anche nel nostro non lontano passato. La mostra Osservare la terra è stata dunque una preziosa occasione per tracciare i contorni di questa storia e per verificare come una narrazione articolata su molti tempi e su molti sguardi possa ampliare il campo di azione della progettualità contemporanea e al contempo restituire senso e profondità di lettura critica all'archivio fotografico ed alle fotografie storiche qui conservate.

Si ringraziano i funzionari ed i fotografi dell'ICCD che hanno partecipato alla progettazione ed alla realizzazione di questa mostra; un ringraziamento particolare a Davide di Gianni, Niccolò Fano, Luca La Torre, Laura Moro, Nicola Nunziata, Francesco Pardi, Sveva Taverna, Simona Turco.

Le fotografie storiche in mostra sono stampe originali tratte dall’archivio fotografico della Direzione Generale Antichità e Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione (fondo MPI) conservato presso I’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione.

Biografia di Fabio Barile- Fabio Barile (Barletta, 1980) ha studiato fotografia alla Fondazione Studio Marangoni. Nel 2007 viene selezionato tra i quindici finalisti del concorso “Atlante Italiano_007” e le sue immagini sono esposte al MAXXI di Roma. Dal 2010 entra a far parte di “Documentary Platform, A Visual Archive”. Nel 2012 il dummy “Soli Finti” è selezionato per il Dummy Award del Photobook Festival ed esposto a Le Bal, Parigi. Nel 2015, il suo lavoro "Homage to James Hutton" fa parte della collettiva del Festival internazionale di Fotografia di Roma. Il suo lavoro si concentra sullo studio del paesaggio, analizzandolo nel suo evolversi e studiando le interazioni complesse che avvengono al suo interno.

Biografia di Benedetta Cestelli Guidi – Benedetta Cestelli Guidi è una curatrice e studiosa indipendente che si occupa di fotografia storica e contemporanea. All'insegnamento universitario alterna la ricerca sulla fotografia storica e la progettazione di mostre e volumi di autori contemporanei. Dal 2014 è impegnata nel riordino storico critico dell'archivio fotografico della Direzione Generale Antichità e Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione (fondo MPI)



martedì 14 novembre 2017

Rita Casdia. Ferite come Fessure


Rita Casdia, Stangliro, 2013, clay  animation, 4'09''



La Fondazione Pino Pascali invita a:

SHOWCASE

Rita Casdia- “Ferite come Fessure”// presentato da Muratcentoventidue (Bari) presso la Fondazione Pino Pascali


Inaugurazione, 25 novembre 2017, h.18

Torna nella Project room del Museo Pino Pascali il progetto ShowCase, una serie di mostre che coinvolgono le gallerie d’arte nella presentazione di solo show o progetti curatoriali – disegnati dalle gallerie stesse – nelle stanze della Project room, nel basement del museo. Con questo progetto, che chiama in causa artisti internazionali, la Fondazione Pino Pascali vuole dare spazio, all’interno di una sede istituzionale, alle gallerie e ai soggetti attivi in Puglia, ma che operano all’interno del sistema dell’arte su scala nazionale e non solo, offrendo allo stesso tempo agli spettatori un saggio importante della ricchezza presente sul territorio.


Il sesto appuntamento del progetto, che si svolgerà dal 25 novembre al 7 gennaio 2018 (inaugurazione 25 novembre alle ore 18) è con la Galleria Muratcentoventidue Artecontemporanea di Bari che presenta Ferite come Fessure un progetto dell’artista siciliana Rita Casdia, a cura di Fabio Carnaghi. 

Negli ultimi anni si è assistito, grazie anche all’applicazione delle tecnologie digitali, a una crescente diffusione del disegno animato tra gli artisti e in questo specifico ambito della video arte si pone il lavoro di Rita Casdia. L’artista indaga, attraverso la video animazione, ma anche attraverso il disegno e la scultura, mondi emozionali a metà tra sogno e realtà, rivolgendo la sua attenzione principalmente ai meccanismi elementari dei sentimenti umani, con uno sguardo attento alle dinamiche generate dai legami affettivi e dalla sessualità. In mostra una serie di video dell’artista ed una scultura in tessuto, Flesh Mellow , posta sul pavimento della project room. 

Fabio Carnaghi, che ha curato la mostra, così scrive a proposito del suo lavoro e del progetto che viene proposto al Museo Pascali : “Guardare scrutando un interno, uno spazio claustrofilico, intimamente femminile, ovvero corporale e soggettivo, deliberatamente autobiografico: l’obbiettivo della macchina da presa assume questo scopo mediale nella prassi artistica di Rita Casdia. Il microcosmo è il teatro in cui si ripete un autoritratto di gruppo a cui partecipano creature misteriose, che non hanno paura di manifestarsi e di manifestare l’indicibile, ciò che avviene nelle profondità più recondite di un territorio viscerale, carnale, organico. Le creature di cui Casdia è demiurgicamente madre e generatrice inesorabile di motilità - siano esse plastiche o tracciate dal segno grafico - vivono come esseri plasmabili, duttili e malleabili, animati dal soffio vitale di sceneggiature aleatorie, propulsive di gestualità quasi ieratiche nella comunicazione di corpi celibi, mancanti, attraversati da forze oscure. In questa dimensione, i corpi agìti non recidono mai i legami con la loro creatrice ma ne divengono avatar, non attori subalterni, ma veri e propri “se stessi”. 
I corpi/avatar si addentrano brulicanti in spazi che, anche quando si tratta di bianchi schermi neutri, assumono il carattere di palinsesti che delimitano il movimento, lo arginano e lo costringono. L’antropomorfismo non è mai compiuto, in balìa dell’inesorabile volontà della plasmazione, ma sempre affidato ad anatomie che svelano una femminilità combattuta tra azioni sentimentali, atti intimi, pulsioni istintive, stereotipie sessuali, paure e disagi, dolori e violenze. I corpi sono travolti da una contingenza assoluta che li contiene in scenari irreversibili, in cui nulla sembra mutare. L’avatar diviene feticcio affettivo, capro espiatorio di una complessa sceneggiatura fra il tragico e il grottesco. L’anatomia dei corpi è così ferita, rotta, segnata, esteriormente o interiormente. 
Per traslato, la metafora carnale mnemonicamente rimanda al corps morcélé, ad una concezione tutta femminile di sacrificio e ferita, che allude ad un bleeding slit – alla fessura sanguinante, segno primordiale dei genitali femminili – iconograficamente riferibile ad una cultura storica che ha fatto della ferita un tema ideologico. Questa atavica ferita riporta a Gina Pane che ne parla come“segno dello stato di estrema fragilità del corpo, un segno del dolore, un segno che evidenzia la situazione esterna di aggressione, di violenza cui siamo esposti" . Nel lavoro di Casdia prosegue quella lezione di anatomia che la tradizione culturale ha consegnato, diventa essa stessa una tara, un fardello di cui farsi carico, una problematica imprescindibile. Ma nel processo artistico di Rita Casdia questa prospettiva guarda oltre e si avvale del mezzo filmico per aprire un nuovo punto di vista, il punto di vista voyeuristico che da sempre ha animato lo scrutinio anatomico. La ferita che diventa fessura è il pertugio da cui guardare.
La Corporis Fabrica, che nella prassi di Casdia è letterale nella creazione delle sculture destinate a trasformarsi in corpi, si riafferma nel desiderio di analisi e di introspezione rispetto all’anatomia del corpo, in particolare di quello femminile. Il corpo alla stregua di un Freak è messo in mostra attraverso il taglio, che nel caso di Casdia ha come sonda ottica la telecamera. In definitiva, la Claymation nella video arte di Rita Casdia è un sofisticato punto di incontro tra materia, dato fisico, e animazione. Questo uso del mezzo filmico, in rapporto alle tematiche trattate da Casdia, sorprendentemente riedita oggi dinamiche che hanno destato la curiosità nelle proiezioni animate di Menotti Cattaneo, che a Napoli nel 1899 erano complementari alla messa in mostra di un corpo realizzato in cera così come i relativi organi, oggetto di esposizione a seguito di una macabra dissezione, impressionante allo sguardo del pubblico. In questi termini, il cospicuo lavoro che Rita Casdia svolge da anni, può ispirare un dibattito più esteso che attraverso un linguaggio contemporaneo accende di nuova luce le più ataviche tematiche del femminile che riecheggiano nella suadente tattilità di “Flesh Mellow”(2017), degno case study di una nuova e pruriginosa lezione di anatomia.



Elenco dei video in mostra:
Piccole donne crescono, 2006 ,(4'05'')
White Sex , 2008,(1'53'') 
Stangliro , 2013, (4'09'') 
It's You, 2017, (2'45'') 
Mammina, 2005,(2'25'') 
Beautifull Eyes, 2007,(1'21”)
Skin Life, 2014, (2’28”)
I d., 2015 (4'50'') 

Inaugurazione: 
25 novembre 2017, ore 18

Rita Casdia. Ferite come Fessure. A cura di Fabio Carnaghi
La mostra rimarrà aperta fino al 7 gennaio 2018.
Orario: dal martedì alla domenica ore 10-13 / 16-21. Lunedì chiuso.

La Fondazione Pino Pascali è punto Fai – Delegazione Bari

Amici del Museo Pascali: Carrieri Design, Ognissole.

FONDAZIONE MUSEO PINO PASCALI
VIA PARCO DEL LAURO 119 - 70044 POLIGNANO A MARE (BA) - PH/fax: +39 080 4249534


lunedì 13 novembre 2017

Sobre la realidad

Evita Andujar - SYNTHESIS 3, olio su tela, 80x80 cm, 2017
(una delle opere in mostra)


Sabato 18 Novembre, alle ore 18.30, Honos Art presenta una mostra collettiva con sei artisti rappresentativi della cosiddetta pittura figurativa. Sobre la Realidad (Intorno alla Realtà), questo il titolo della mostra, si focalizza non tanto sulla realtà ma sul valore e sulla portata della preposizione “intorno”: cosa è reale, cosa è figurativo? È più astratto Pollock di El Greco? È più metafisico De Chirico che Della Francesca? Sono più indeterminati gli sfondi di Bacon o quelli di Velázquez?
Honos Art vuole con questa selezione sconfessare l’idea che l’arte figurativa si avvalga di un unico linguaggio. Ci sono molteplici forme e modalità, forse tante quante sono le sensibilità degli artisti figurativi. Così come l’astratto, il figurativo è un universo complesso. Ognuno degli artisti presenti nella collettiva Desde la Realidad (Dalla Realtà) procede con il proprio metodo tecnico o elaborazione intuitiva, tutti loro girano intorno al figurativo, alla realtà con la propria interpretazione, la loro soggettività: Miriam Pace con i concetti di macrocosmo e microcosmo, Evita Andújar e i suoi fluire e velocità, Cristina Troufa tra il fare e l’accennare, Andrea Ciresola e la poesia del quotidiano, Sergio Fiorentino nel suo imbalsamare la bellezza e Luis Serrano che ci propone il binomio forma e seduzione.

Il figurativo non è meno concettuale di un artista astratto o informale. Estrapolare l’oggetto dalla sua concreta apparenza è di per se un atto di astrazione. Per l’artista figurativo disegnare e dipingere la realtà che gli sta di fronte è, in definitiva, una traduzione della stessa realtà e, quindi, non una riproduzione della medesima, ma bensì un’intrepretazione intellettuale trascendente di ciò che osserva.

Sobre la realidad
Mostra collettiva
a cura di Juan Carlos García Alía

Inaugurazione: sabato 18 novembre 2017, ore 18.30
Apertura al pubblico: dal 18 novembre al 18 gennaio 2018

Honos Art
Via dei Delfini 35 00186 Roma
Tel. 0631058440
Orari Martedì-Sabato dalle 11.00 alle 19.30 / Per appuntamenti: 348/5828403
Uff. Stampa: Esther Barrondo (Mob. 340/5205990) / Cristina García (Mob. 349/7582780)

Romina Bassu. Campionario analogico


L’indagine pittorica dell’artista prende le mosse da un’attenta ricerca di foto d’archivio, ritagli di vecchi rotocalchi e locandine del cinema classico: questo materiale rappresenta un piccolo campionario di immagini dal quale la pittrice prende in prestito atmosfere e suggestioni.
La mostra, composta da una decina di opere su tela e su carta appositamente realizzate per questa prima personale dell’artista nella galleria torinese, concentra la sua attenzione sulla figura femminile. Le protagoniste dei dipinti appaiono statiche, quasi prive di vita, probabilmente sacrificate al loro apparire. La scelta di collocare i personaggi che popolano i quadri dell’artista in un passato recente – gli anni Cinquanta, con i suoi immediati riferimenti iconografici e culturali – consente di far emergere una concezione dei ruoli sociali e di genere più rigida e pervasiva, trasportando così la scena su una dimensione atemporale e le figure in archetipi, al contempo lontani temporalmente, ma, dal punto di vista dei messaggi che essi veicolano, estremamente contemporanei allo spettatore.
La riflessione dell’artista ruota attorno al concetto di oggettivazione del corpo femminile, che avrebbe nello sguardo maschile l’azione principale di tale oggettivazione. Il volto dipinto – coperto da una maschera di colore che cancella i connotati e con essi l’individualità della persona –, che ritorna in quasi tutte le opere in mostra, sottolinea questo meccanismo: nel momento in cui l’essere si limita all’apparenza, il corpo viene sostituito da un prodotto universale e disincarnato, che non contempla il riconoscimento del valore soggettivo.
«Un individuo privato dei suoi connotati e dei suoi caratteri distintivi – spiega l’artista – si confonde in un’anonima istantanea e si trasforma in un personaggio simbolico. L’anonimato è un carattere importante nella mia indagine; fornisce la possibilità di sovrapporre l’identità collettiva a quella individuale, ritrovando inevitabilmente nei volti e nelle persone ritratte qualcosa che ci appartiene attivando un processo di agnizione e immedesimazione».

La mostra fa parte del circuito di eventi del progetto di COLLA, la piattaforma delle gallerie torinesi, e del programma di eventi della manifestazione ContemporaryArt del comune di Torino.

Romina Bassu nasce nel 1982 a Roma, dove vive e lavora. Ha studiato all’Accademia delle Belle Arti di Roma e alla Facultad de Bellas Artes de Sevilla. Ha esposto in numerose mostre in Italia e all’estero. Tra le ultime partecipazioni si segnalano: Residenza Artistica Bocs Art Cosenza 2017, Young & Forever Young, Galleria Anna Marra Contemporanea, Roma; Where Are We Now, Burning Giraffe Art Gallery, Torino; Art for art’s sake Guidi, Kühlhaus di Kreuzberg, Berlino; Premio Combat 2017; Museo Civico G. Fattori ex Granai di Villa Mimbelli | Museo di Storia Naturale di Livorno; Promises – solo show, Galleria Marcolini, Forlì; Social utopia / Studi aperti, XII edizione, Ameno; Isoipse /progetto di COLLA, Galleria Moitre, Torino; Carte Blanche, Galerie Olivier Nouvellet, Parigi; Artefiera 2016, Bologna; Group psychology (and the analysis of the ego), Galleria Marcolini, Forlì; Book Art Project, Fondazione Pastificio Cerere, Roma; Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee 2015, Villa Brandolini, Treviso; ArtVerona 2015; Mnemosyne – solo show, Meb arte studio, Novara.

ROMINA BASSU
Campionario analogico
Luogo: Burning Giraffe Art Gallery – Via Eusebio Bava, 8/a, Torino
Periodo mostra: dal 26 ottobre al 2 dicembre 2017
Orario di apertura: martedì-sabato, 14:30-19:30 (mattina su appuntamento)
Contatti: www.bugartgallery.cominfo@bugartgallery.com – t. 0115832745