martedì 22 maggio 2018

Renata Rampazzi. CRUOR - sangue sparso di donne


Ferita, 1980, olio su tela, cm 110 x 100

Fino al 17 giugno 2018, la Sala Borges della Fondazione Giorgio Cini di Venezia accoglie la personale di Renata Rampazzi, CRUOR - sangue sparso di donne.

L’esposizione, accompagnata da un catalogo con uno scritto inedito di Dacia Marainie da un testo critico di Claudio Strinati,ruota attorno al tema della violenza nei confronti delle donne, argomento di urgente quotidianità e che riguarda tutti i paesi del mondo, da quelli economicamente più avanzati a quelli più arretrati. Renata Rampazzi, testimone del tempo in cui vive, rielabora la tematica della violenza, del sangue, del dolore che aveva segnato la sua produzione artistica degli anni settanta/ottanta, e lo affronta attraverso una serie di nuovi lavori, realizzati con materiali e forme nuove per comunicare in maniera più diretta e coinvolgente. “La Fondazione Giorgio Cini di Venezia - ricorda Dacia Maraininel suo testo in catalogo - ha scelto, per raccontare queste storie di violenze contro le donne una pittrice dal braccio robusto e dalle idee che camminano veloci. Con mano crudele ma nello stesso tempo pudica e delicata, Renata Rampazzi trasforma i corpi di carne in visioni fluttuanti, di tela e nuvole, tela e sogni. I cieli sembrano stillare dall’alto un sangue simbolico, più pesante e torbido di quello reale, per rivelare lo spessore sordo e terribile delle ferite. Mentre veli lavati nel sangue calano dall’alto nel tentativo pietoso di coprire le nudità forzate, violate, disarticolate”.
Dal canto suo, Renata Rampazzi ricorda come “molte delle mie opere portavano tracce del mio turbamento di fronte a quelle manifestazioni di sopraffazione maschile. Era un grido personale, un disagio che ruotava attorno al sesso, alla metafora della ferita, che rimandava ad azioni e comportamenti ancora generalmente tenuti nascosti, taciuti. Oggi per la loro diffusione, violenza e ostentazione, sono un fenomeno sociale che reclama una generale denuncia, rivolta e rifiuto di complicità. Tutte le espressioni individuali e collettive della cultura, del potere e della vita sociale sono chiamate a una presa di posizione e a intervenire”. Alla Fondazione Giorgio Cini, l’esposizione CRUOR, appositamente pensata per la Sala Borges dell’Isola di San Giorgio Maggiore, unisce il passato al presente. Un presente in cui le tele vengono sostituite da garze che si rifanno ai bendaggi per curare le ferite, i segni delle deturpazioni e in cui i pigmenti e gli spessori di colore che ruotano attorno alle gradazioni del rosso, rimandano alle lacerazioni, offese e sofferenze delle vittime. Il percorso espositivo parte da alcuni quadri storici degli anni ‘70/’80 per arrivare all’installazione realizzata da Renata Rampazzi per l’occasione, in collaborazione con la scenografa Leila Fteita, in cui, come scrive nel suo testo in catalogoClaudio Strinati, riferendosi all’opera della Rampazzi, “lo spazio-installazione è pensato come una sorta di opera d’arte globale costituita dalle singole opere, come se la mostra dovesse essere vista nelle sue singole componenti ma considerata un organismo unico vivente”. Per Renata Rampazzi che pensa “l’astrazione stessa come contenuto e significato, non come ornamento e edonistica composizione” il percorso non vuole essere un semplice momento di contemplazione ma di presa di coscienza. Un labirinto di teli e garze che dal soffitto arriveranno fino al pavimento rosso cupo avvolgendo fisicamente ed emotivamente il visitatore in modo da provocarne un coinvolgimento non solo estetico ma soprattutto emotivo e civile. Accompagna la rassegna un catalogo (Edizioni Sabinae, bilingue italiano, inglese) con testi di Dacia Maraini e Claudio Strinati. Il ricavato della vendita del volume sarà interamente devoluto a BE FREECooperativa Sociale contro tratta, violenze e discriminazioni. Durante il periodo di apertura della mostra, la Fondazione Giorgio Cini ospiterà il 18 maggiouna tavola rotonda sul tema della violenza sulle donne, coordinata dalla storica Francesca Medioli, cui parteciperanno, tra le altre, personalità quali Chiara Valentini, Dacia Maraini, Luciana Castellina, Chiara Saraceno, Guglielmo Gulotta, Linda Laura Sabbadini.

Renata Rampazzi nasce a Torino da una famiglia di origine italo-francese. Diplomatasi al Liceo artistico completa gli studi presso la Facoltà di Architettura. A cavallo tra gli anni settanta e ottanta, partecipa alla vita culturale della città, frequentandone i protagonisti come Umberto Mastroianni, Antonio Carena, Adriano Parisot, Piero Ruggeri oltre a Marcello Levi, Paolo Fossati, Luigi Carluccio. I quadri di questi anni risentono ancora di una lontana ispirazione figurativa. Per approfondire ulteriormente la sua ricerca alla metà degli anni ’60 lavora all'Accademia di Salisburgo, con Emilio Vedova, avvicinandosi all'espressionismo astratto, poi con l’artista franco-cinese Zao-Wou-Ki. Del 1973 è la prima importante personale alla Galleria dello Scudo di Verona. Nel 1977 alla Galleria Vismara Arte Contemporanea di Milano per la prima volta Renata Rampazzi espone delle opere profondamente sofferte e percorse da larghe ferite, dalla marcata gestualità espressionista. Alla fine degli anni ’70 si trasferisce col regista Giorgio Treves a Roma. Le sue opere diventano soprattutto di grande formato e la pennellata si fa più distesa e ricca di trasparenze e cromatismi. Sono di questi anni i suoi primi lavori su carta con le tecniche della gouache e dei pastelli grassi. Entra in contatto con l'ambiente del cinema. Per Gruppo di famiglia in un interno, Luchino Visconti le chiede alcune tele dai toni blu e viola, che il grande regista chiama mannianamente“le mie montagne incantate”. Margarethe von Trotta diventa una tra i suoi più fedeli collezionisti e diversi suoi quadri sono inseriti nelle scenografie di L'Africana eIl lungo silenzio. In questi anni collabora con vari architetti e arredatori tra cui Marika Carniti Bollea per la quale dipinge un tulle di 80 metri.  Nel 1984 le viene dedicata una personale al Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Nel 1989 espone al Petit Palais d’Art Moderne di Ginevra. Dopo un periodo segnato da problemi di salute, la sua pittura si sviluppa soprattutto attorno a composizioni plurime e a quadri di piccolo formato. Nel 2006 le viene dedicata una grande antologica all'Archivio di Stato di Torino. Nel 2010 si deve ricordare la personale curata da Vittorio Sgarbi all’ex Convento di S. Nicolò in occasione del Festival dei Due Mondi di Spoleto. Nel 2011 espone con la Galleria Marino ad Artparis 2011 al Grand Palais di Parigi ed è invitata alla 54. Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, a Palazzo Venezia, Roma. Del 2013 è la personale all’Espace Culturel di Le Lavandou a cura di Olivier Kaeppelin, Direttore della Fondation Maeght.


RENATA RAMPAZZI
CRUOR - sangue sparso di donne
Venezia, Fondazione Giorgio Cini (Isola di San Giorgio Maggiore)
6 aprile - 17 giugno 2018
Orari: dalle 10 alle 18; chiuso il mercoledì
Ingresso libero
Catalogo: Edizioni Sabinae

Informazioni
mostrarenatarampazzi@gmail.com

Ufficio Stampa
CLP Relazioni Pubbliche| T. 02.36755700
Stefano Piedimonte | stefano.piedimonte@clponline.it| www.clp1968.it

VENEZIA - FONDAZIONE GIORGIO CINI
FINO AL 17 GIUGNO 2018

Francesco Clemente a CASAMADRE



Mentre riprende anzi addirittura raddoppia gli elementi più iconici del paesaggio napoletano, estraendoli per mano di un sapiente copista indiano dal repertorio delle gouaches ottocentesche, Francesco Clemente vi innesta di suo pugno una quantità di motivi altri, esotici e stranianti agli occhi di chi conosce a menadito i temi classici della cartolina partenopea. E’ una questione di principio, dunque etica ed originaria. Da una parte, l’idea del paesaggio che è sempre rappresentazione, replica, copia di una realtà che, ben riprodotta, penetra nell’immaginario; dall’altra, l’immagine in quanto tale così eterea e volatile, disposta ad andare in molte direzioni. Il pittore che è Clemente prende le gouaches dei Fergola (suoi avi di sangue e di mestiere) e ne fa fare copia, talmente copia che ogni immagine diventa il duplicato che si duplica a sua volta. Ogni paesaggio infatti è già il suo doppio: non il Vesuvio bensì due, così il San Carlo, il Castel dell’Ovo e via raddoppiando. Sembra un gioco di specchi, ma in effetti si tratta di una speculazione, anch’essa ambigua come ogni forma di rappresentazione, che apre lo spazio dell’opera a una moltitudine di altre possibili figure, le quali però non sono in se stesse l’essenziale. Confrontandosi intensamente con la tradizione iconografica partenopea, uno dei repertori più solidi e conservativi della storia artistica locale, la pittura di Clemente non smette infatti di raccontare un universo frammentato ma non insignificante, mostrando una fragilità che non si rassegna alla debolezza ma neanche pretende di elevarsi a visione del mondo. La moltitudine apparentemente infinita delle immagini che piovono dal cielo o emergono dalla terra o schizzano da un parte all’altra, la presunta erudizione di riferimenti difficili da individuare, spesso letterari o provenienti da iconologie lontanissime e oscure, la comparsa di timbri e sigilli esoterici, formano un complesso figurativo simile a una costruzione cosmologica di stampo neoplatonico. Non v’è dubbio che la città-mondo è Napoli, dove tutto si trasforma restando uguale e viceversa. L’essere che è mutamento. La ripetizione che è differenza. L’uno che è anche due. Nel suo viaggio di ritorno alla città natale Clemente ha rovistato nel doppiofondo di un baule di ricordi seppellito nella cantina di famiglia, manipolando tra le vecchie cose anche il suo destino d’artista e, alla fine, trovando quello che ha sempre saputo di avere e di volere. Le vecchie cose, come le gouaches degli avi Fergola, non sono che immagini remote di specchi; più che ricordi reali, metafore astratte del tempo passato. Anche Napoli non è che una metafora, una delle principali metafore del paesaggio dipinto. Questo ha affascinato l’artista cosmopolita. Il pensiero figurativo, che è il modo in cui ragiona Clemente, è mutevole e opera solo connessioni metaforiche. Le metafore possono dire molto, connettere mondi lontani ed esperienze diversissime tra loro, parlando un linguaggio che trattiene e comprende anche ciò che non c’è, che mai ci sarà o che non può essere nominato con chiarezza. Venuta dall’Ottocento dei vedutisti, sbarcata nell’India dei copisti e poi nella New York delle ultime avanguardie, ecco la città bella e antica, forse mai neanche esistita, che può essere rivista e ancora ammirata solo con pensieri e linguaggi moderni. Senza pretese di verità e senza cedere alle finzioni e alle mode, metafora delle metafore, Napoli è il nome dell’immagine metamorfica, catturata tra gli specchi e condannata a somigliare a se stessa fino all’eccesso e all’assurdo. Un paesaggio spaesato, come dice Clemente.


CASAMADRE
Francesco Clemente
opening 24 maggio 2018

PALAZZO PARTANNA
NAPOLI, PIAZZA DEI MARTIRI 58
PHONE: +39 081 193 60591

Katarina Janeckova. Chi cerca trova


LaRichter Fine Art ospita la prima mostra personale in galleria dell’artista slovacca Katarina Janeckova.

Dopo aver partecipato alla collettiva COM surrogate (5 dicembre 2017 – 31 gennaio 2018) l’artista presenta la sua ultima serie di lavori. Slovacca di nascita e texana per amore, nel 2013, dopo il Master in pittura, si trasferisce negli States con il suo futuro marito.

Katarina Janeckovasi è guadagnata in breve tempo una posizione distinta tra i migliori talenti della sua generazione,è riuscita nella sua impresa non solo grazie alla sua pittura figurativa tipicamente rilassata, caratterizzata da espressività emotiva, ma soprattutto grazie all'onestà con cui interpreta le sue esperienze quotidiane non convenzionali. Documenta la sua vita a tal punto che le sue opere possono essere percepite quasi come le voci di un diario. I suoi dipinti raccontano la cultura texana, fatta di pescatori locali di un piccolo paese, il suo cortile, le tonnellate di piatti nel lavandino, lavoratori che costruiscono case intorno, il giardino, il deserto, i serpenti, i cowboy, le cowgirl e ovviamente suo marito.

«Chi cerca trova - afferma l’artista - è stata la prima frase che ho imparato in italiano. Mio padre, scomparso sette anni fa, mi ha insegnato questa frase prima del mio primo viaggio in Italia, quando avevo dodici anni, e non l'ho mai dimenticata. Da allora l'ho usata nella mia vita. Appena trasferita in Texas mi ci è voluto un po’ per smettere di compatirmi e rendermi conto che vivere qui può essere un’opportunità per guardare la vita in modo diverso. Ogni giorno di più i soggetti che dipingo diventavano una ricca fonte di divertimento, ispirazione, e infine ammirazione, finchè ho capito di aver trovato quello che stavo cercando».

Ma Katarina Janeckovanon si affida interamente alla realtà esterna, uguale, se non maggiore, è l'attenzione rivolta al suo mondo interiore. Questa fusione di eventi, sentimenti e pensieri soggettivi particolari, crea il raro tipo d’intensità che si irradia dal suo lavoro. È davvero impossibile separare la fantasia dalla realtà, poiché la prima si fonde costantemente con quest'ultima e viceversa. Sebbene spesso basata sulla sua esperienza personale, l'approccio dell'artista non è esclusivamente documentario in modo descrittivo. La sua capacità di esprimersi attraverso simboli ampiamente riconosciuti e facilmente riciclabili spesso conferisce alle sue scene un aspetto allegorico che sposa il razionale con la sensualità, la castità con il desiderio subconscio irrefrenabile, il convenzionale con un comportamento sessuale provocatorio.


Katarina Janeckova (Bratislava 1988). Diplomata all’accademia di belle Arti di Bratislava, si è ben guadagnata una posizione distinta tra i migliori talenti della sua generazione. Lei è riuscita in questa impresa non solo dovuta per la sua pittura caratteristicamente rilassata e marcata da espressività emozionali ma specialmente grazie all’onestà con la quale lei ritrae le sue esperienze non convenzionali. Questa fusione di particolari esperienze, eventi, sentimenti e pensieri rendono una speciale luce ed energia nel suo lavoro. Katarina Janeckova documenta la sua vita a tal punto che le sue rispettive opere possono essere percepite quasi come voci di diario. Comunque lei non si affida interamente alla realtà esterna, ma uguale, se non maggiore, l'attenzione è rivolta sempre al suo mondo interiore.

Tra i principali progetti espositivi si segnala: No pain No gain, Flatgallery (Bratislava 2013), So Many Fish, So Little Time, SOGA, (Bratislava 2014), Bears, Catastrophes and other everyday events, NOVA Galerie, (Praga 2015), SALMON LOVERS, Galerie Wolfsen, (Aalborg 2015), How To Make a Bear Fall in Love, Studio D'Arte Raffaelli, (Trento 2016).

Premi: Painting of the Year 2012, VUB Foundation Award, 3rd. place 2012
2nd place at Gruppo Euromobil Award / Premio Under 30, Arte Fiera Bologna 2017
2017, mostra collettiva, ComSurrogate, galleria Richter Fine Art.
2018 Untitled Art Fair, San Francisco, rappresentata dalla Allouche Gallery.
2018 mostra collettiva, Redness, the Copper house gallery Dublin, Ireland.



Nell’ambito della stessa sera siamo lieti di annunciare l’inaugurazione congiunta con:

z2o Sara Zanin Gallery | Gabriel Hartley
6 Giugno > 31 Luglio 2018

Vademecum:
Titolo: Chi cerca trova
Artisti:Katarina Janeckova
galleria Richter Fine Art, vicolo del Curato, 3 – Roma
Durata mostra: dal 6 giugno al 21 luglio
Orari: da giovedì 7 giugno a venerdì 21 luglio dalle 13.00 alle 19.00 dal martedì al sabato

Sito internet: www.galleriarichter.com
Email:tommaso.richter.85@gmail.com
Fb account: Galleria Richter Fine Art

Ufficio Stampa:
Chiara Ciucci Giuliani mob. +39 3929173661
email: chiaracgiuliani@gmail.com

lunedì 21 maggio 2018

Farid Rahimi | Empty Walls


Empty Walls è il titolo della mostra personale di Farid Rahimi alla Galleria Marcolini e include una serie di quadri e lavori su carta che l’artista ha realizzato dal 2014 a oggi: un’indagine sulle potenzialità della spazialità in pittura, basata su un’improvvisazione controllata e sulla ripetizione di un unico soggetto, che può diventare, in alcuni casi, sfuggente e impalpabile.

Il tema o motivo al centro del lavoro, ripetuto e variato incessantemente, è dunque un angolo formato da due pareti, “una lieve depressione”, per usare una definizione dell’artista, che può suggerire un’ipotesi di spazio quando non proprio la presenza a vere e proprie stanze: un’immagine scarna, essenziale, mai troppo definita e definitiva.

Ogni dipinto sembra il risultato di un incontro (o di un combattimento) tra forze contrastanti: una più assertiva definisce la possibilità di un ambiente; un’altra complica e frammenta la rappresentazione, manifestandosi attraverso tremolii, cancellature, esitazioni e pentimenti.
Così può accadere che la disposizione di alcuni elementi (per lo più aperture, porte e finestre) sovvertano l’essenziale costruzione prospettica che organizza l’immagine, sfuggendo all’organicità della visione; che l’immagine della parete si moltiplichi dando vita a un’atmosfera densa, cioè a complesse sovrapposizioni e stratificazioni capaci di contaminarsi a vicenda; che l’angolo sia coperto da linee e campiture che ne cancellano la presenza; che l’angolo sia un centro energetico e non uno spazio concreto; che la stanza si apra su un paesaggio potenzialmente sconfinato (una porzione di azzurro) o si chiuda in rettangoli neri che fanno retrocedere lo sguardo verso il primo piano; che alcune campiture o forme irriconducibili al reale si dispongano su un piano “di superficie” attenuando la profondità dello spazio pittorico; che tratti e pennellate “asignificanti e di sensazione” (Deleuze) facciano virare alcuni dipinti verso l’astrazione. Empty Walls include anche una serie di foto recenti (immagini che risultano dalla sovrapposizione di centinaia di scatti allo stesso paesaggio da punti di vista leggermente diversi) che fa da contrappunto al lavoro pittorico e anche, idealmente, ai video/film degli esordi, basati sul tentativo di appropriarsi di un paesaggio attraverso uno sguardo multiplo, movimentato, vibratile, incerto: “più l’immagine è imperfetta”, ha affermato l’artista in un’intervista di qualche anno fa, “più rispecchia la sua naturale predisposizione ad apparire e a rivelarsi.”



Farid Rahimi è nato a Losanna nel 1974 e vive a Milano.
Attraverso l'utilizzo di differenti media, dal video alla pittura, dal disegno alla fotografia, la sua ricerca esprime un costante interesse verso il paesaggio come luogo mentale di sperimentazione. Il tentativo di compiere esperimenti così come la sospensione durante la contemplazione di un’immagine sono elementi che spesso ritornano in quadri, disegni, video e suoni. Ogni singola opera, infatti, potrebbe essere il tentativo di mettere a fuoco un paesaggio, di fissarne un dettaglio: naturale, urbano, emotivo. Farid Rahimi ha tenuto mostre personali in gallerie come Studio Guenzani (Milano, 2006), Zero…, (Milano, 2007), Fabio Tiboni (Bologna, 2009) e spazi indipendenti come MARS (Milano, 2011) e CLER (Milano, 2018). Ha partecipato a numerose collettive in Italia e all’estero. Nel 2005 ha curato l’edizione italiana del libro “Bruce Nauman. Inventa e muori”, ed. A+M Bookstore e Gian Enzo Sperone.


Empty Walls. Farid Rahimi
curated by Davide Ferri
25 May 2018 – 06 October 2018


Galleria Marcolini
Via Francesco Marcolini 25/A,
47121 Forlì, Italia
+39 388 3711896

Info:

Martedì e mercoledì dalle 16.00 alle 19.30
Venerdì e sabato dalle 11 alle 19.30

Charles March. Fotografie 1980-2017


La Galleria del Cembalo ospita per la prima volta in Italia un’importante selezione di opere di Charles March, Duca di Richmond, patron del percorso automobilistico di Goodwood, personalità di fascino internazionale ma, soprattutto, fotografo di straordinaria inventiva, dal virtuosismo della fotografia pubblicitaria alla più recente e originale ricerca d’autore, come raccontano le 90 fotografie in mostra, molte inedite e di grande formato, divise in due sezioni speculari per rigore formale e qualità.


Fotografie 1980-2017
Opere di Charles March

Charles March nasce nel 1955 e a 12 anni si avvicina alla fotografia. Ad attrarre il suo obiettivo è la bellezza della tenuta di famiglia, tra boschi, campi e alberi secolari. Spirito indipendente, a 16 anni March lascia il college di Eton – “non ci piacevamo a vicenda”, commenta – e, grazie a un incontro fortuito con il regista Stanley Kubrick, partecipa alla realizzazione di uno dei suoi capolavori, Barry Lyndon. La fotografia, che March utilizza per documentare le possibili ambientazioni del film, paesaggi, dimore, oggetti, diventa il mezzo di espressione ideale. Dinamica, libera, quasi un’autobiografia. Tanto che Charles, diciottenne, si ritrova in Africa per quasi un anno, a fianco di un’organizzazione umanitaria. Il ritorno a casa è segnato dalla scelta di una nuova vita, professione fotografo, e un diverso cognome, Charles Settrington, firma che presto diventa familiare nelle più famose agenzie pubblicitarie, per le quali il fotografo realizza campagne di notevole successo e complessità tecnica, presentate per la prima volta nella mostra romana come “opere originali”, testimonianze di un’epoca e di un fare fotografia ineguagliabile. Omaggio al tema della natura morta, l’immagine Shadows, realizzata per Osborne & Little, viene inserita nella mostra del Centre Pompidou dedicata alle migliori cento immagini pubblicitarie dal 1930 al 1990. Tra i molti premi, Charles Settrington ha ricevuto la medaglia d’argento dell’Association of Fashion and Advertising Photographers, il più alto riconoscimento della stampa britannica. Ma, verso la fine degli anni ’90, lo spirito di elegantissima ribellione torna a farsi sentire e, in parallelo alle nuove responsabilità di famiglia e al lancio del circuito automobilistico di Goodwood, Charles March, lasciata la fotografia pubblicitaria, ritrova la piena libertà espressiva in una ricerca d’autore che unisce le passioni di sempre: originalità, individualità, velocità. Non più banco ottico e messa a fuoco perfetta, non più art director e clienti ma, al loro posto, l’incredibile energia della natura, la sua ricchezza cromatica, la sua riverberante empatia. Charles March ritrova lo stupore di fronte alla natura che circonda la sua meravigliosa residenza nel Sussex e, grazie alla nuova tecnologia digitale, si immerge nel flusso vitale del paesaggio. A guidarlo, due tradizioni pittoriche lontanissime tra loro, la scuola inglese di acquarello e il Manifesto Futurista di Filippo Marinetti: la grazia settecentesca, come un pennello che dipinge la tela, e il dinamismo del Novecento, che coglie il ritmo fluido della modernità.

La mostra presenta una selezione di opere “in movimento”, tratte dalle principali serie, anzitutto Nature Translated, del 2012, punto di svolta dalla precisione delle nature morte degli anni ’90 a una nuova scioltezza fisica ed emotiva, quindi Abstract & Intentional, Seascape, e l’inedito omaggio all’isola scozzese di Jura, nelle Ebridi, già amata da George Orwell per la forza e l’intensità dei paesaggi tra terra, cielo e acqua. Per l’occasione verrà presentato un volume, edito da Distanz, a quattro mani, dialogo tra le fotografie di Charles March e i versi del poeta scozzese Ken Cockburn, invitato personalmente per questo progetto. Le opere di Charles March sono state esposte a San Pietroburgo, al Palazzo di Marmo, a Mosca, in occasione della Biennale di Fotografia, a Londra, presso la Somerset House e la Hamilton’s Gallery, e a New York, presso la Galleria Venus over Manhattan.

La mostra è organizzata in collaborazione con Leica


Charles March
Fotografie 1980-2017


apertura al pubblico dal 25 maggio al 30 giugno 2018
inaugurazione giovedì 24 maggio - ore 18.30

Galleria del Cembalo
Palazzo Borghese
Largo della Fontanella di Borghese, 19 - Roma
Tel. 06 83796619

ORARIO
dal mercoledì al venerdì: 15.30 - 19.00
sabato: 11.00 - 19.00
oppure su appuntamento

pubblica: 

venerdì 18 maggio 2018

A Lecce apre Antica Saliera, Studio | Gallery | Ipogeo


Gina Affinito è lieta di presentare il nuovo studio/gallery sito nel centro storico di Lecce.
Si inaugura sabato 19 maggio 2018 ore 19.00

ANTICA SALIERA
Studio | Gallery | Ipogeo

La storia
Camminando per le vie del centro storico di Lecce è possibile udire lo scroscio dell’acqua vicino i tombini. E’ il fiume Idume he attraversa silenziosamente tutta la città e, nei sotterranei di alcuni palazzi storici è possibile osservarne la falda acquifera. In passato venne utilizzato come vasca di abluzione da comunità ebree; il passaggio di questi culti è testimoniato dalla presenza di alcune iscrizioni in ebraico, poste sui muri dei sotterranei.
Secondo alcune leggende, il fiume Idume sarebbe magico, sacro alle ninfe, abitato da spiriti fanciulleschi che spesso sarebbero stati uditi. Allegre risate sarebbero giunte proprio dai numerosi pozzi presenti in città, che attingono dalle acque del fiume.

Antica Saliera
Studio | Gallery | Ipogeo
In Via degli Antoglietta, nel cinquecentesco centro storico di Lecce, sorge un edificio risalente all’anno 1200: parte di un convento annesso al complesso dei Gesuiti, con pianta quadrangolare a corte.
Vi si accede dalla Piazzetta Longobardi, nei pressi del Corso Vittorio Emanuele, un tempo chiamata “Piazzetta del sale” poiché qui vi si lavorava.
Con un attento intervento di recupero conservativo oggi parte della struttura è lo studio della curatrice Gina Affinito ed ospita lo spazio “Antica Saliera”, fruibile come galleria dedicata a mostre personali e collettive, sala polivalente per presentazioni, conferenze o riunioni, saletta per corsi, shooting fotografici ed eventi culturali in genere.
Nei sotterranei dell’edificio è stata rinvenuta una sala ipogea di interesse storico e antropologico; riportata alla luce ospita una galleria per opere scultoree e ceramiche.

Lo spazio “Antica Saliera” si sviluppa su tre livelli:
piano interrato: sala ipogeo
piano terra: galleria e sala polivalente
primo piano: galleria e sala per corsi

La prima esposizione di opere d’arte, in occasione dell’apertura, è dedicata ai Maestri

Lucio Calogiuri
Daniele Dell’ Angelo Custode

Giovanni Mangia
Maurizio Muscettola
Pablo Peron


Saranno in esposizione, inoltre, le opere di
Domenico Ruccia
e l’installazione site specific di
Mina D’Elia

Ospiti:
Maria Altomare Agostinacchio, giornalista e critico d'arte
Katia Olivieri, curatore darte
Teresa Stacca, storico dell’arte
Massimiliano Cesari, storico dell’arte

L’esposizione è fruibile fino al 17 giugno nei gg: martedì/giovedì/sabato/domenica, ore 11.00 < 19.00.
Gli altri giorni su appuntamento.

_______________________________________

INGRESSO LIBERO
________________________________________
Via degli Antoglietta 11/A - Lecce
antica.saliera@gmail.com
327 346 3882

giovedì 17 maggio 2018

Leonardo da Vinci dall’Antico al Moderno

Giancarlo Marcali - Do not belong - 2018 - 70 X 300 cm - installazione, spilli e pvc


Artemilo1941&Consulting e Frattura Scomposta 
presentano la prima tappa museale del tour:

Leonardo da Vinci dall’Antico al Moderno
Scuderie del Castello di Vigevano

18 Maggio – 24 Giugno 2018
inaugurazione 18 Maggio ore 19
alla presenza delle autorità e degli artisti partecipanti

a cura di Professore Gian Ruggero Manzoni

L’intero “percorso emozionale” è affidato a 12 artisti:

Franco Anselmi, David Bacter, Dario Brevi, Massimo Caccia, Renato Chiesa, Giuseppe Ciracì, Maurizio Gabbana, Loredana Galante, Milo Lombardo, Giancarlo Marcali, Valentinaki, Vania Elettra Tam 


Un’importante rilettura collettiva dell’opera pittorica e tecnica del genio Leonardo Da Vinci. Un progetto organizzato da Artemilo1941&Consulting in collaborazione col magazine d'arte contemporanea Frattura Scomposta. 

L’evento espositivo raccoglierà opere di artisti contemporanei e allestimenti cross-mediali interattivi dedicati all’Ultima Cena.

Alcuni estratti del testo del critico d'arte Gian Ruggero Manzoni, curatore della mostra:

[...] "Universale e irraggiungibile sono forse gli aggettivi più adatti per descrivere il talento quindi l’intelligenza di Leonardo da Vinci, uno degli uomini più interessanti e studiati della storia dell’umanità, artefice di una profonda rivoluzione in campo artistico e scientifico le cui opere pionieristiche continuano ancora oggi a stupirci per la loro attualità e a ispirare creativi e ricercatori in ogni angolo del pianeta." [...]


[...] "L’artista, sia esso pittore, scultore, letterato, musicista, architetto, designer, tramite il suo fare ha inoltre la prerogativa e per lo più la fortuna di non essere inquadrato in schemi rigorosi, né, il suo rendersi libero, può venire analizzato completamente, in quanto il suo agire, come diceva Kant, risulta frutto di spontaneità, autenticità, immediatezza, conditi con quel tanto di mistero, che risultano attributi che nella nostra era di transizione necessitano, a mio modesto avviso, di una applicazione inconfondibilmente originale e scevra da imposizioni o da futili forzature provocatorie (infatti cosa può risultare “scandaloso” in un sistema sociale in cui qualsiasi “trasgressione” ormai pare legittimata?)." [...] 



Enti patrocinatori:
MIBACT - Regione Lombardia - Comune di Vigevano - Provincia di Pavia - 2018 Anno Europeo del Patrimonio Culturale – Io sostengo Matera 2019 – Ambasciata della Repubblica di Lettonia - 100 Anni dell’Indipendenza della Lettonia - Rete cultura Vigevano – Museo della Leonardiana – InfoPoint Lombardia.

Partner Ufficiali:
Effepierre Multiservizi Srl , OmLog The Art of Logistics, Rivista Ozero komo Журнал “Озеро Комо”, Arte Capitall, Clasci Viaggi, Michelangelo Fotografo, Outartlet Gallery, 900, Lhub Creative Source, Studio Grafico Sonia Balzan, The International Propeller Clubs Milano, Associazione Italia - Hong Kong, Museu a Cèu Aberto.



INFO:
Leonardo da Vinci dall’Antico al Moderno
a cura di Gian Ruggero Manzoni

artisti: Dario Brevi, David Bacter, Franco Anselmi, Giancarlo Marcali, Giuseppe Ciracì, Loredana Galante, Massimo Caccia, Maurizio Gabbana, Milo Lombardo, Renato Chiesa, Valentinaki, Vania Elettra Tam

Scuderie del Castello
Piazza Ducale 20 – Vigevano
18 Maggio – 24 Giugno 2018

Inaugurazione 18 Maggio 2018 ore 19:00

Ingresso libero

dal martedì al venerdì: Mattino 9.30 – 13.00 / Pomeriggio 14.30 – 17.00 
sabato e domenica: Mattino 9.30 – 13.30 / Pomeriggio 14.00 – 18.00

Infopoint Vigevano
tel. 0381691636
Infopointcastello@comune.vigevano.pv.it

Artemilo1941&Consulting Association
Presidente Valerio Lombardo
Tel. 3385933641 artemilo1941@gmail.com

Frattura Scomposta contemporary art magazine
Direttore ed editore Sergio Curtacci
www.fratturascomposta.it
info@fratturascomposta.it